Love me tender, di Anna Cazenave Cambet
Un’opera piena di grazia e di dolore, che a tratti si perde tra romanzo e adattamento, ma sorretto dall’ottima prova di Vicky Krieps. Efebo d’Oro Film Festival
“Avere delle relazioni omosessuali non può essere considerato un segno d’instabilità psicologica nella nostra epoca, né lo scrivere libri”, scrive lo psicologo che tratterà il caso di Clémence, scrittrice separata dal marito da 20 anni, madre di un figlio di otto, Paul, e che si è aperta alla ricerca della sua sessualità in tarda età, scoprendo di amare le donne. La dichiarazione all’ex marito, Laurent, e la volontà di divorziare, farà sì che questo allontani sempre di più Paul da lei. Il film sceglie di rispettare la biografia dell’autrice del libro Love me tender, Constance Debré; intere parti di storia vengono narrate attraverso le pagine scritte da Clémence, come la bellissima lettera cestinata che scrive al figlio, il racconto della sua lotta giudiziaria e le sue riflessioni.
STORY EDITOR, corso online dal 20 gennaio 2026

-----------------------------------------------------------------
L’opera si ispira, a livello di regia e di riferimenti, al cinema francese odierno e alle sue rappresentanti: l’elemento del nuoto, dei corpi e della danza rimandano subito a Céline Sciamma e a Naissance des Pieuvres, ma anche il tema del cambiamento in età adulta, la scrittura e la precarietà visti nell’ultimo film di Valérie Donzelli presentato alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia, À pied d’œuvre. Anna Cazenave Cambet compie scelte personali con una regia eterea, fatta di primi piani pieni, di dialoghi senza campi e controcampi; inquadra la sua protagonista di spalle come se la seguisse e la spiasse, ma non c’è prevaricazione. I personaggi sono sempre centrali, attorniati da una natura che rende il senso di libertà. Un film di sguardi riflessi, spesso mediati dai vetri delle finestre, ma anche e soprattutto di sguardi mancati, spazi vuoti e attese che pesano sulla protagonista – e su chi guarda – privata della presenza del figlio.
Vicky Krieps si mette completamente a disposizione del personaggio che interpreta, una donna in metamorfosi alla ricerca di se stessa, la cui passione per il nuoto le permette di rinascere una seconda volta, emergendo dal “liquido amniotico” della piscina. Nella difficoltà di affermarsi per ciò che è e accettare la fine di un legame, Clémence affronta una storia burrascosa, estrema, che la mette con le spalle al muro e la costringe a fare i conti con se stessa e la propria libertà, anche se il prezzo da pagare è altissimo. Anna Cazenave Cambet realizza un film intimista e coerente, sorretto dall’ottima prova attoriale di Krieps. Tuttavia lo sguardo della regista si trova risucchiato tra romanzo e adattamento, faticando a emergere con convinzione.



















