Love Story, di Arthur Hiller

«Non sono mai stata credente. Non credo che esista un mondo migliore di questo. Voglio dire, cosa c’è di meglio di Bach e Mozart e te?».  

I suoi dialoghi d’amore sono tra i più citati della storia del cinema. La colonna sonora alla Lelouch, puro pathos da Oscar. Con lacrime e incassi assicurati per il più grande successo della Paramount fino alla sua uscita. Se il mélo è per definizione un «amore contrastato in cui qualcuno muore»[i], Love Story, cult-movie diretto da Arthur Hiller su sceneggiatura originale di Erich Segal, ne offre una versione completa di tutti i topoi e marchi del genere: passione ai tempi del college, impedimento della famiglia di lui per differenza sociale, sacrificio (di carriera) e malattia mortale di lei, primi piani a gogò ed enfasi musicale crescente. Una pellicola da manuale fino alla prevedibilità salvo qualche modesta concessione all’anticonformismo anni ’70 (ateismo, matrimonio in salsa hippy, opposizione all’autorità familiare). E l’interpretazione di Ryan O‘Neal che, nei panni del ricchissimo Oliver, si aggiudicò la fama internazionale e l’attenzione di Kubrick che, cinque anni dopo, galeotti Love story e Ma papà ti manda sola, lo volle per il ruolo di Barry Lindon.

Più riuscita l’analoga operazione made in Italy di Anonimo veneziano che portava, quasi in simultanea a Love story, un altro cancer-movie su tema musicale potente (il concerto per oboe di Alessandro Marcello) con Enrico Maria Salerno e Florinda Bolkan nel ruolo di due ex coniugi che la malattia di lui, musicista alla Fenice, riuniva per un ultimo concerto prima della fine. In entrambi i casi, come da tragedia greca, il dramma è l’antefatto: come consapevolezza del poco tempo che resta in Anonimo Veneziano, e come costruzione in flash back in Love story, storia d’amore che si apre e si chiude col racconto in prima persona di Oliver davanti ad una pista da hockey, solo, dopo la morte di lei (Jenny/Ali MacGraw).

Non è facile evitare i cliché nel campo del melodramma ospedaliero. Non ce la farà, o almeno non completamente, quasi trent’anni dopo Love story, nemmeno Chinese Box malgrado Paul Théroux e Jean-Claude Carrière, rispettivamente autori di romanzo e sceneggiatura. Mentre fa bella eccezione alla regola La forza della mente di Mike Nichols. Quanto a Love story, il film è comunque, e tale fu giudicato sin dall’inizio dalla critica, molto meglio del romanzo che Erich Segal scrisse, durante le riprese, a partire dalla sceneggiatura. La pubblicità dell’epoca fece credere il contrario parlando di adattamento cinematografico e l’espediente contribuì al lancio del film, visto che il libro divenne, suo malgrado, un best seller mondiale. Da allora, in ogni caso, la novelization diventerà un must, in parallelo alla nuova attenzione per la narrazione melodrammatica esplosa, a metà anni Settanta, nel contesto di una più generale rivalutazione dei generi. Il film avrebbe poi ottenuto sette candidature all’Oscar, ma solo una statuetta per le musiche di Francis Lai. Nel complesso, un buon risultato di marca registica per un’opera che si attiene fedelmente alla piatta sceneggiatura di Segal (autore, due anni prima, dello script di Yellow Submarine). Unica differenza, sempre a vantaggio della regia, la scena finale: un abbraccio riconciliatore tra Oliver e il padre ripetendo la frase iconica «amare significa non dire mai “mi dispiace”» per Segal; e la solitudine di Oliver davanti ad una pista da hockey vuota, per Hiller.

Film e romanzo ebbero uno scialbo seguito, otto anni dopo, in Oliver’s Story, con Segal ancora autore di libro e sceneggiatura, e Ryan O’Neal e Candice Bergen nel ruolo dei protagonisti dietro la macchina da presa di John Korty.

A rilanciare l’interesse per Love story, a fine anni ’90, l’allora vicepresidente alla Casa Bianca, Al Gore. In periodo di scandali per i finanziamenti elettorali, il numero due di Clinton pensò forse di distrarre l’opinione pubblica americana con alcune indiscrezioni su una delle coppie cinematografiche più amate di sempre: rivelò alla stampa di aver ispirato il personaggio di Oliver, essendo stato amico di college del regista insieme a Tommy Lee Jones che qui debutta nel suo primo lungometraggio. Di fatto non solo Tommy Lee Jones fu, nella vita, compagno di stanza ad Harvard di Al Gore (come di Oliver nel film) ma, a detta di Hiller, sarebbe servito a costruire il personaggio del protagonista (in quanto atleta romantico) insieme ad Al Gore (per il conflitto col padre). Quanto al personaggio di Jenny invece, studentessa di musica, povera ma colta e dalla lingua biforcuta, per Segal avrebbe dovuto essere in origine una ragazza ebrea del Bronx ma la casa di produzione la trasformò nella figlia di un pasticcere italiano immigrato: spunto indiretto di riflessione su come cambino, per non cambiare mai, gli stereotipi dello straniero nell’immaginario collettivo.

[i] A. Pezzotta, Introduzione: Le metamorfosi del melodramma.

 

Titolo originale: id.

Regia: Arthur Hiller

Interpreti: Ryan O’Neal, Ali MacGraw, John Marley, Ray Milland

Durata: 101′

Origine: Usa 1979

Genere: mélo