Lovely Boy, di Francesco Lettieri

A volte perde il controllo, ma al tempo stesso trova la sintesi tra un realismo descrittivo e l’estetica del videoclip ed è arricchito dall’ottima prova di Carpenzano. Giornate degli Autori

Le tracce della vita sono già nel nostro corpo. La scritta “lovely boy” sotto l’occhio, la data di nascita, 11/3/1997. Papille dilatate, colori rossi, allucinazioni. Ci sono i social, i commenti dei fan, tutto scorre in diretta. Poi c’è la comunità di recupero sulle Dolomiti, dove invece il tempo non sembra passare mai.

Nic è l’astro nascente della scena musicale trap romana e con l’amico Borneo, con cui ha formato il gruppo XXG, è lanciato verso il successo. Ha però istinti autodistruttivi, spesso si spegne e con la testa va da un’altra parte come gli ha fatto notare la sua ragazza. Per uscire dal vortice in cui è stato risucchiato frequenta in un centro in montagna in Alto Adige che accoglie persone che come lui hanno avuto problemi di droga e che potrebbe aiutarlo a ritrovare se stesso.

Lettieri trova con Lovely Boy la sintesi tra il realismo nella descrizione degli ambienti e le forme del videoclip, tra il mondo dei gruppi di tifosi napoletani di Ultras e i video musicali, soprattutto quelli realizzati per Liberato. Grazie alla fotografia di Gianluca Palma descrive i differenti colori del mondo di Nic. Da una parte quello accecante, di luci coloratissime dell’ambiente trap romano, dall’altra invece quelli più neutri e distesi della comunità di recupero.

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Lovely Boy potrebbe essere anche un biopic nascosto. Grazie anche ad Andrea Carpenzano, si getta istintivamente su Nic ma al tempo stesso a Lettieri interessa anche raccontare una storia dove i vari personaggi dove emerge soprattutto il rapporto, nella cominità di recupero, con Daniele. Scritto come il film precedente da Beppe Fiore, è un cinema di scatti improvvisi, di colpi di testa (la rissa sul palco), di segnali premonitori (il ristorante sulla strada in Alto Adige). A volte calca un po’ troppo la mano con le statue che parlano e soprattutto la soggettiva del cane. Ma trova anche una sua dimensione nell’efficacia con cui racconta il sottobosco dell’ambiente trap. In più sa mostrare il disagio, l’eterna insoddisfazione, l’incapacità di non riuscire più a gestire il proprio corpo (Nic che non riesce ad aprire la bottiglietta d’acqua) e la ricerca della provvisoria felicità del protagonista. Trova poi le note giuste nel finale che dimostra come il cinema di Lettieri, con i suoi limiti nel filmare l’universo visionario, sia da seguire con sempre maggiore attenzione.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
2.14 (7 voti)
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