Lovers, di Matteo Vicino

Quattro storie con quattro personaggi che si scambiano ruoli e posizioni di dominanza: un misto tra Closer di Mike Nichols e il Carnage di Roman Polanski. Il cast regala credibilità ai personaggi

Solo gli amanti sopravvivono? Forse anche i lettori di libri. Alla terza opera dopo Young Europe e Outing, Matteo Vicino, bolognese classe 72, traveste di commedia romantica un teorema disilluso sulla deriva socioculturale del nostro paese.
Il successo del film in diversi festival internazionali (Lisbona, Londra, Fort Lauderdale) non ha facilitato la distribuzione in Italia, quasi a confermare la mancanza di sensibilità dei distributori nostrani rispetto a tematiche controverse e prodotti non commerciali.

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Quattro storie con quattro personaggi che si scambiano ruoli e posizioni di dominanza: un misto tra il Closer di Mike Nichols e il Carnage di Roman Polanski. Nel rapporto tra i sessi si stabilisce subito uno scarto incolmabile ben sottolineato dai fuori-fuoco e dai dialoghi serrati alternati ai silenzi. Le prove attoriali di Luca Nucera, Primo Reggiani, Antonietta Bello e Margherita Mannino sono davvero sopra la media, regalando credibilità ai personaggi anche quando la sceneggiatura gira per qualche momento a vuoto. A queste si può aggiungere il plusvalore di Ivano Marescotti che imprime il suo tocco nelle scene in cui è perfetto caratterista.
Il postulato di questa tetralogia dei sentimenti incrociati è evidente: non sappiamo più comunicare perché ci mancano le parole. Amiamo, odiamo, tradiamo, invidiamo, siamo gelosi, uccidiamo, con la superficialità di analfabeti funzionali che non sanno di non sapere (appropriata la citazione in esergo di Edgar Allan Poe). Trogloditi neoprimitivi, col cellulare e computer branditi come clave, senza affettività e empatia per il prossimo. Uomini e donne, di ogni ceto sociale e con differenti background culturali (si va dallo scrittore frustrato al dirigente rampante, dal fisioterapista ambiguo alla libraia sognante, dal dj palestrato alla commessa un po’ frivola), separati da muri di luoghi comuni e pregiudizi.

La fotografia di Francesco Ciccone usa diverse sfumature di colore e il commento musicale piano-jazz curato dallo stesso regista si arricchisce di una componente classica (Bach, Edvard Grieg) che trasforma la storia in un balletto surreale che richiama i catatonismi glaciali di Roy Andersson. Terribile ma vera la scena in libreria in cui due fans di un dj che utilizza un ghost writer per la sua autobiografia (la stoccata sembra diretta a Fabio Volo), non conoscono l’esistenza di Italo Calvino, Gianni Rodari e Pier Paolo Pasolini. In una società moderna tutta rivolta al culto dell’immagine non c’è spazio per le pagine scritte dei libri, specchi riflessi di possibili esistenze. Le quadruple vite di Dafne e Giulia si rispecchiano in quelle di Federico e Andrea con le loro miserie e la loro comicità involontaria (la scena della pistola e dell’orazione funebre sono irresistibili).
Fa da sfondo Bologna, una città ancora viva, con le sue piazze, i suoi portici, le sue torri, i suoi muri imbrattati da scritte di protesta.

In una intervista recente, forse stanco della fatica di Sisifo contro distributori e produttori, Matteo Vicino ha dichiarato di avere chiuso il suo discorso con il Cinema di finzione. Speriamo sia solo uno sfogo momentaneo perché è evidente la maturazione e la modernità di scrittura raggiunte. Rispetto alle opere precedenti, Vicino parte da istantanee di un discorso amoroso e le amplia a paradigma di un universo giovanile sbandato e inconsapevole. Il cerchio delle quattro storie si chiude per un nuovo inizio. E negli occhi così espressivi di Giulia (Margherita Mannino) si intravede la musa del nostro tempo: la precarietà.

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Regia: Matteo Vicino
Interpreti: Primo Reggiani, Margherita Mannino, Ivano Marescotti, Antonietta Bello, Luca Nucera, Massimiliano Loizzi
Distribuzione: Showbiz Movies
Durata: 102′
Origine: Italia, 2017

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