Lucky, di Natasha Kermani

Nella sezione Le Stanze Di Rol del #TFF38, un intelligente slasher minimale che riflette sulla figura femminile nella società ma alla lunga cade vittima del suo stesso concept

Arrivata al secondo lungometraggio, Natasha Kermani precisa un’idea di cinema duttile e stratificata oltreché profondamente contemporanea, che guarda alle derive più recenti del racconto del femminile a contatto con il  genere e ad una dimensione mediale liquida, fatta di immaginari in collisione, costantemente ridefinita a contatto con lo spettatore/utente.

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Non sarebbe sbagliato vedere dunque in Lucky un primo punto fermo con cui la Kermani espone le sue posizioni all’interno del contesto artistico contemporaneo.

È evidente quanto il racconto della giovane May (Brea Grant, anche sceneggiatrice), che ogni notte subisce l’attacco di un killer che continua a tornare come in un loop malgrado lei riesca a sopraffarlo guardi al modo di concepire l’horror della Blumhouse, tra gamification, metatestualità e neofemmisnmo ma la regia schiva l’effetto copia carbone concentrandosi su una linea Kafkiana che si situa tra il movimento #metoo e il lavoro di Leigh Whannell su The Invisible Man. Si potrebbe dire  che Lucky rifletta sul grado zero delle narrazioni femminili ponendo di fronte allo spettatore più che un horror fatto e finito una distopia del maschilismo: nessuno crede a May, tutti, persino le altre donne, la blandiscono lasciando intendere che ciò che sta passando in fondo un po’ se lo sia cercato, mentre gli uomini o sono assenti o sono minacce più o meno silenti.

Prevedibilmente anche il genere di riferimento finisce per inglobare questo sentimento straniante, con il film che si trasforma in uno slasher plasticoso e le cui forme essenziali vengono spinte al parossismo nei momenti finali.

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Interessante progetto a metà tra l’opera concettuale e la militanza politico/sociale, i pregi di Lucky sono, evidentemente, i suoi stessi limiti: Natasha Kermani e Brea Grant rendono la metafora che regge il progetto troppo evidente nell’ultimo atto e il meccanismo finzionale, che già scricchiolava nei momenti precedenti, tale era l’aggressività argomentativa della diegesi, finisce per crollare rovinosamente. Ad un livello di analisi più ampio, poi, un concept così centrato, che si esaurisce in sé stesso, rappresenta un malcelato malus per la Kermani, che ha spinto al limite un sistema narrativo e tematico da cui ora lei non potrà ripartire senza un’adeguata ricostruzione e a cui nessuno potrà avvicinarsi, magari per poter lavorare su una variazione sul tema del suo stesso discorso, poiché il rischio di passare come un emulo senza personalità della regista sarebbe troppo alto. Lucky finisce dunque per cadere nella tradizionale trappola dei film concettuali, la stessa in cui, ad esempio, anni fa è inciampato il pur intelligente e divertente Hardcore!

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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