Lucy, di Luc Besson

«Conoscere è soffrire, ogni cosa che hai sperimentato nella vita è stata frutto di dolore » dice Lucy a Mr. Jang che le ha rovinato la vita, regalandole suo malgrado una conoscenza superiore, a cui nessun mortale puo' aspirare. Il sorprendente Luc Besson (si) regala un thriller-action movie-sci-fi dagli affondi umanisti, affidando alla sua nuova Nikita un monito sul necessario recupero dell'animalità a scapito del progresso.

 

È il tratto distintivo di un film che nasce e muore sull'immagine di questo primate, toccato da Scarlett Johansson in una nuova Creazione michelangiol-bessoniana. Lucy è una donna scimmia, elogio della materia, indifferentemente fatta di carne o cristalli blu, capace di viaggiare nel tempo, unico elemento fisico in grado di provarne l'esistenza.

 

Ma il tempo è anche lo specifico filmico ed ecco che il viaggio finale di Lucy nella sostanza di cui è fatta, nei luoghi e nelle ere che in quanto essere umano porta inscritte inconsapevolmente sul suo corpo, è anche un viaggio per forza di cose cinematografico, in cui vedere è sentire e dunque conoscere.

 

Il vertiginoso finale con l'ipercinetico zapping di location e una Lucy immobile sulla sua sedia, spettatrice totalmente avvinta dallo spettacolo, non si discosta infatti dall'imprinting cameroniano di Avatar, altro film segnato dal blue (screen). All'I see you di Pandora Besson risponde con I feel you, giacché la visione è solo una parte infinitesimale del processo cognitivo.

 

Lo dice la stessa Scarlett, nel momento piu bello del film, il toccante dialogo telefonico con la madre lontana, della quale, inlucy di luc besson attesa che il chirurgo le estragga la droga dalla pancia, ricorda ogni tocco, ogni carezza, ogni atto d'amore ricevuto, persino prenatale.

Sentire, quindi, per conoscere: la sciocca party girl che per colpa di cattive compagnie finisce in un guaio di proporzioni internazionali, con la mafia cinese alle calcagna che la usa come corriere della droga e le scatena involontariamente dei super poteri, surclassa infatti lo scienziato Morgan Freeman e tutti gli organismi riconosciuti – polizia, ricercatori universitari – in una messa alla berlina della scienza inutile, con le statue dell'Accademia decapitate nella sparatoria finale, nel pieno tempio del Sapere.

Provoca Besson, pur sempre con gusto ludico che non dimentica mai l'azione adrenalinica, mischiando generi innumerevoli, tutti riassorbiti come i cristalli impazziti dal corpo della sua eroina, una Scarlett Johansson impagabile, di nuovo corpo (semi)alieno dopo Under the skin di Jonathan Glazer.

Anche qui tutto avviene sotto pelle, con questo organismo che si muove e si ribella, smaterializzandosi e perdendosi nelle sinapsi di un computer fatto di vene e sangue. Martire come già la sua Giovanna D 'Arco, Besson lascia morire la sua eroina in una veloce sequenza di immagini interstellari, forse esagerate dirà qualcuno (ma del resto anche il Malick di Tree of Life aveva ceduto alla tentazione « screen-saver »). Lucy richiude gli occhi blu spalancati sul mondo e la voce di Damon Albarn, già magnifico cantore degli Everyday Robots viene a celebrare questa Sister Rust : But when you closed your eyes, it was then I realized. You were so far away / There was nothing I could do, to stop you feeling blue.

Titolo originale: id.
Regia: Luc Besson
Interpreti: Scarlett Johansson, Morgan Freeman, Choi Min-sik, Amr Waked, Mason Lee
Origine: Francia, USA, 2014
Distribuzione: Universal Pictures
Durata: 89’