L’ultimo dei Mohicani, di Michael Mann

È ambientato nel 1757 ma potrebbe essere un moderno noir. Con la luce antinaturalistica di Dante Spinotti che sembra arrivare direttamente da Manhunter. Al posto dei rossi accesi – dove l’elemento cromatico diventa una continua esplosione come in un film d’avventura di Raoul Walsh – potrebbero esserci continue zone d’ombra. In realtà ‘il buio si avvicina’ continuamente nel cinema di Michael Mann. Si vede prima nella scena del dialogo e poi del bacio tra Occhio di Falco e Cora. Con i loro volti in penombra e la luce che proviene dalle candele.

Nel Nord-America si sta svolgendo una parte della guerra dei sette anni tra la Francia e la Gran Bretagna, Occhio di Falco (Daniel Day-Lewis), orfano di genitori inglesi e adottato quando era molto piccolo dal mohicano Chingachgook (Russell Means), salva assieme al padre e al fratello le figlie del comandante britannico del forte dagli Uroni capitanati dal loro capo Magua (Wes Studi) in cerca di vendetta.

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Tratto dal romanzo di James Fenimore Cooper del 1826, L’ultimo dei Mohicani (scritto dallo stesso regista insieme a Christopher Crowe) si basa sulla sceneggiatura di Philip Dunne per la versione del film del 1936, Il re dei pellirossa. Ma Mann vampirizza le forme del cinema d’avventura, inglobandole in quel vortice fisico-sensoriale che rappresenta la grandezza del suo cinema. La dimensione epica è sottolineata dalla colonna sonora di Trevor Jones e Randy Edelman così potente che entra subito in testa e trascina il film in quell’impeto emozionale inarrestabile.

La Storia si intreccia con la dimensione privata. Anzi, i due elementi sono indissolubili, praticamente inseparabili. C’è la guerra, teatrale e cinematografica insieme. Con la presenza, forse simbolica, del regista Patrice Chéreau nei panni del Generale de Montcalm. E il momento della resa degli inglesi che rappresenta la sintesi ideale del cinema bellico. E poi c’è la passione tra Occhio di Falco e Cora. Dove le forme del desiderio affiorano già nei primi sguardi di Daniel Day-Lewis e Madeleine Stowe.

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L’ultimo dei Mohicani è un cinema impetuoso. Già dalla scena dell’uccisione del cervo nel bosco. Un kolossal maestoso, segnato dal paesaggio, ritmato anche dall’elemento sonoro (premiato con l’Oscar) che anticipa quasi le inquadrature: le esplosioni dei bombardamenti, il rumore della cascata. Ma soprattutto il respiro e l’affanno di Daniel Day-Lewis, in un’interpretazione maestosa, tutta d’istinto e di cuore, tra quelle memorabili di tutta la sua carriera. Come si sottolineava, quasi un eroe noir dentro il XVIII° secolo. Come si può vedere nella scena dell’agguato degli uroni dove salva Cora e sua sorella Alice (Jodhi May). E anche in quella sfida continua sfida, anche a distanza, con Magua.

Tutta la sua forza divampa nel finale. Come un incendio. Su quella roccia, dall’alto Mann filma l’arrivo della morte: gli schizzi di sangue, le cadute nel vuoto, il sacrificio. La mdp sta attaccata alla roccia. La fa muovere. La natura e l’uomo sono diventati ora la stessa cosa. E lo spazio, nel cinema di Mann, è sempre un set decisivo anche nella caratterizzazione dei personaggi. Può essere la foresta o il fiume di L’ultimo dei Mohicani. Il paesino di montagna rumeno di La fortezza. O Los Angeles di Heat e Collateral e Miami di Miami Vice. E rappresentano l’identità di un cinema unico, di uno dei cineasti più grandi di sempre.

 

Titolo originale: The Last of the Mohicans
Regia: Michael Mann
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Madeleine Stowe, Russell Means, Wes Studi, Jodhi May, Patrice Chéreau
Durata: 112′
Origine: USA, 1992
Genere: avventura

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
4.77 (13 voti)