Lunchbox, di Ritesh Batra

È un'aggressione visiva, oltre che sonora, quella che caratterizza Lunchbox, opera prima di Ritesh Batra, prodotto e sviluppato grazie al TorinoFilmLab e vincitore del premio del pubblico al Festival di Cannes.


La città di Mumbai sovrabbonda di cose, di persone, di macchine (compresi tutti gli altri tipi di mezzi pubblici) e in questo marasma ogni giorno migliaia di dabbawallahs (degli angeli della ristorazione in bicicletta) trasportano centinaia di migliaia di pasti caldi preparati dalle mogli per i rispettivi mariti che li ricevono proprio all'ora di pranzo. Ila è una di questa donne, spera di poter salvare un matrimonio in fase di stallo grazie a un'ottima cucina e tuttavia la sua borsa viene consegnata ogni giorno alla persona sbagliata, a Saajan, con il quale inizierà un rapporto epistolare, un reciproco e salutare scambio di quel genere di confidenze possibili solo con gli sconosciuti.
Da Scrivimi fermo posta di Ernst Lubitsch a C'è posta per te di Nora Ephron, tanti film hanno raccontato di rapporti epistolari tra sconosciuti (almeno all'inizio) ma la variante del mezzo di trasporto (la scatola del pranzo- lunchbox -, appunto) rende unico questo film indiano. Lontano dalla serenità e dai colori sgargianti bollywoodiani, Lunchbox è cosparso di una certa amarezza che prima di tutto è nostalgia del passato, sia quello privato sia quello comune (i personaggi rievocano serie tv e musiche degli anni 80, ma lo stesso mezzo di comunicazione pare sospeso nel tempo), ma è anche un'amarezza rivolta al presente, un'amarezza che si vede nelle mani nodose dei lavoratori, nei treni più che sovraffollati, in modo che il vivere diventa un vivere faticoso che incupisce gli animi. Batra è bravo proprio nell'inquadrare il suo mondo in questo momento di passaggio: si apre e si chiude con i treni, è tutto sempre in movimento come se non ci fosse il tempo e la possibilità di rimanere fermi.

Nel film ci sono altri due personaggi interessanti: la zia di Ila che non appare mai e di cui sentiamo soltanto la voce (che, purtroppo, con il doppiaggio italiano perde davvero molto), una sorta di coscienza/supporto/spinta all'azione, e poi Shaikih, un orfano cresciuto che dovrà sostituire Saajan in ufficio, emblema della possibilità del poter 'farsi da soli', perfino attribuirsi da soli un nome. Batra è molto interessato alle dinamiche familiari, tra questi due personaggi si sviluppa, grazie a un sottile lavoro di scrittura, un rapporto padre/figlio anch'esso a suo modo amaro perchè non potrà far altro che svilupparsi in un arco di tempo limitato.
Sul lucido volto di Irrfan Khan (The Milionaire, Vita di Pi) si consuma questa dolce romantica tragedia/favola privata, ma nello stesso tempo in quelle occhiaie è disegnata l'intera India, quella dei lavoratori, che sta crescendo e che spaventa. La solitudine fioca di Nimrat Kaur la rende a suo modo regina – apparentemente della cucina, in realtà di qualche altra cosa -, sperduta, costretta a diventare forte.
I due protagonisti sono spesso inquadrati soli, pur se nei loro ambienti affollati. Le loro strade, che partono e sfumano in quartieri diversi, non si sarebbero mai potute incontrare e invece è successo. È ancora possibile fermarsi, like someone in love.
 

Titolo originale: id:
Regia: Ritesh Batra
Interpreti: Irrfan Khan, Nimrat Kaur, Nawazuddin Siddiqui, Denzil Smith, Bharati Achrekar, Nakul Vaid, Yashvi Nagar, Lillete Dibey
Origine: Germania, Francia, India, 2013
Distribuzione: Academy Two
Durata: 105'