L’uomo che rubò Banksy, di Marco Proserpio

Nel 2007 Banksy e la sua squadra si introdussero nei territori occupati per firmare, a modo loro, le case e soprattutto il muro di cinta che divide Betlemme da Gerusalemme. Il murale del soldato israeliano che chiede i documenti all’asino scatenò le furie della comunità, per cui esser etichettati come “asini”, appunto, equivale ad una spregevole ingiuria. A vendicare l’affronto ci pensano allora Maikel Canawati, un imprenditore locale, e Walid, tassista del posto. Quest’ultimo decide di tagliare il pezzo di muro e, con esso, l’opera di Banksy che Maikel si occuperà di rivendere al miglior offerente.

Più il documentario di Marco Proserpio avanza più s’intuisce che la vicenda di Banksy altro non è che un pretesto per analizzare tutta la Street Art, come si è evoluta negli ultimi anni e, soprattutto, come è arrivata ad essere commercializzata. Il punto focale del film, presentato al TFF36 nella sezione Festa Mobile, sta tutto in quest’ultimo paradosso: gli artisti non possono firmarsi, poiché le loro opere sono di fatto illegali, perciò cosa dovrebbe fermare una qualsiasi persona dal rubarle e trarne profitto? L’uomo che rubò Banksy va così a toccare ciò che è probabilmente meno oggetto di discussione, in generale, quando si parla di Street Art, ossia il giro speculativo ed espositivo che ormai la sta interessando e che tanto contrasta con la vocazione anti-commerciale e volutamente effimera che da sempre la caratterizza.

Proserpio, dalla formazione musicale (MTV) e pubblicitaria, realizza un documentario moderno, capace com’è di mettere insieme molteplici strutture narrative. Non esiste unità temporale, raccontando di eventi che si susseguono per più di dieci anni; tantomeno quella spaziale, viaggiando da Betlemme a Bologna; manca infine quella formale, avvalendosi di diversi dispositivi, dalle telecamere HD di ultima generazione ai telefoni e agli archivi fotografici. Il regista sceglie di affidarsi a uno spettatore smaliziato e abituato a seguire un testo apparentemente disorganico, in nome di un ritmo più incalzante possibile, ma soprattutto di un preciso discorso capace di amalgamare il tutto.

Altrettanto variegato e disomogeneo è infatti il dibattito culturale che la pellicola mette in atto, il vero motore del racconto, ora in merito alla componente politica che caratterizza l’opera trafugata di Banksy, ora quanto possa essere importante o meno il contesto in cui gli street artists in generale operano, quanto possa esser giusto, infine, salvaguardare le loro creazioni per poi mostrarle al pubblico in altre sedi. Proserpio raccoglie diversi punti di vista e, come fanno i migliori narratori, pur facendo sottintendere la propria posizione, veicolata dalla voice over spesso ironica di Iggy Pop (soprattutto attorno alla figura delle menti del “furto di Banksy”, Walid, il tassista culturista e l’imprenditore Maikel Canawati), lascia spazio aperto al dialogo tra normali cittadini, esperti e artisti stessi. A tanti cinici e spietati Canawati, infatti, possono corrispondere molti ammiratori, sinceri e appassionati, come gli italiani della Blu Gallery di Bologna, una mostra che è stata, per l’appunto, fortemente osteggiata dallo stesso autore delle opere esposte.

In L’uomo che rubò Banksy i confini tra giusto e sbagliato appaiono allora labili e confusi, non si intende dar giudizi ma solo fornire ai propri fruitori gli strumenti necessari a farsi una propria opinione. Esattamente come ogni opera può apparire diversa agli occhi di chi la guarda, così la pellicola sposa in pieno l’incontro delle più svariate voci, proteggendo strenuamente ogni singola posizione espressa. È questa la forza dell’arte e, di riflesso, il notevole esordio di Marco Proserpio, in un prodotto italiano capace di dimostrare che il nostro Paese può ancora essere un contesto artistico culturalmente ricco, fertile, aperto.

 

Regia: Marco Proserpio

Distribuzione: Nexo Digital

Durata: 93′

Origine: Italia 2018