L’uomo dal braccio d’oro, di Otto Preminger

I titoli di testa di Saul Bass già sono un tratto inconfondibile: le strisce di carta che s’intersecano e terminano con un braccio su sfondo nero. Le braccia e le mani sono infatti il motore di L’uomo dal braccio d’oro. Quelle di Frankie Machine (nome poi riusato da Lindsay Anderson per il protagonista di Io sono un campione interpretato da Richard Harris) e la loro velocità mentre fa il cartaio, suona la batteria o il momento in cui tremano o fa il trucco con le sigarette. Ed è proprio l’impeto del gesto che ha sempre segnato profondamente il cinema di Otto Preminger, dal noir (Vertigine), al western (La magnifica preda), fino al melodramma storico (Exodus). C’è sempre qualcosa di passionale e malato. Anche negli sguardi: la scena in cui Frankie si inietta l’eroina oppure lo sguardo allucinato di Eleanor Parker che sembra anicipare gli occhi ‘aldrichiani’ di Bette Davis in Che fine ha fatto Baby Jane?

Frankie (Frank Sinatra) torna a Chicago dopo un periodo di detenzione. Sogna di diventare batterista in un’orchestra e rifarsi una vita con la sua vicina Molly (Kim Novak). Ma è condizionato dall’amore morboso della moglie Anna (Eleanor Parker) che si finge paralitica pur di tenerlo legato a sé, dal suo vecchio spacciatore che gli vende la droga e dal gestore della bisca clandestina che lo vuole a lavorare con sé per la abilità come mazziere.

Da Saul Bass, che diventerà abituale collaboratore di Preminger e che qui collabora per la seconda volta dopo Carmen Jones, sembrano già essere anticipate le prospettive distorte che segnano L’uomo dal braccio d’oro. Non solo un mélo di invidiabile robustezza, ma qualcosa di più esplosivo. Sul volto di Frank Sinatra, sospeso tra attese e cadute, accompagnato dalla partitura jazz di Elmer Bernstein che sembra seguire una pista parallela. Ma rappresenta anche un anomalo andamento musicale, forse le note nella testa di Frank Sinatra. Desideri o allucinazioni di un cinema dove ogni azione, anche la più nascosta, può diventare decisiva: le bacchette della batteria nascoste sopra l’armadio, il grandissimo momento del dialogo tra Frankie e Molly davanti a un negozio di cucina con i due manichini di un immaginario marito e moglie di cui si immaginano i loro dialoghi, che potrebbero essere anche i loro in una vita parallela, diversa o futura.

Tratto dal romanzo omonimo di Nelson Algren, è stato il primo film di una major sulla tossicodipendenza. E mostra ancora come il cinema di Preminger sia stato spesso scomodo alla censura; è stato infatti il primo ad abbattere progressivamente il Codice Hays raggirandolo già in La vergine sotto il tetto dove, malgrado il divieto, è riuscito con la United Artists a distribuire il film.

Nel piano-sequenza iniziale, con Frankie che scende dall’autobus, si vede un poster di Carmen Jones, realizzato l’anno prima. Perché tra i film di Preminger sembra esserci sempre un collegamento persistente. In un cinema forte, devastante, che rispecchia anche il dispotico titanismo del suo cineasta, quasi l’erede di Eric von Stroheim. La scena dell’iniezione a Frankie, lo sguardo si restringe sugli occhi del protagonista con le pupille che si rimpiccioliscono. Gli stessi che traballano davanti a un fiammifero, momento in cui Molly capisce che l’uomo è ancora dipendente dalla droga. Fino a un finale dove esplode tutto il melodramma classico: la disintossicazione e la moglie che si alza dalla sedia. Ancora un cinema robusto. Ma tutto sul gesto e sull’impeto. Tutta la spinta furiosa di Preminger. Ancora oggi, spesso, trascinante. E L’uomo dal braccio d’oro è, da questo punto di vista, uno degli esempi più vistosi.

 

Titolo originale: The Man with the Golden Arm

Regia: Otto Preminger

Interpreti: Frank Sinatra, Kim Novak, Eleanor Parker, Arnold Stang, Robert Strauss

Durata: 119′

Origine: Usa 1955

Genere: drammatico

 

Domattina, ore 8.25, Cine Sony

 

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