L'uomo nell'ombra: Ewan McGregor

ewan mcgregor trainspottingIn un mercato che fagocita corpi e facce, Ewan McGregor riesce miracolosamente a conservare una posizione privilegiata, restando un interprete di primo piano senza assurgere mai alla scomoda posizione del divo, inesorabilmente votato al tramonto della propria stella.


 

Un’operazione di sottrazione quasi impercettibile che lo porta dalle grandi performance degli anni Novanta, con cui si impone sia in Europa che a Hollywood come uno dei volti più affidabili al botteghino, agli ultimi anni divisi tra gioiellini indie e produzioni più altisonanti, dove aggiunge al curriculum autori consolidati come Tim Burton, che lo sceglie per interpretare un giovane Albert Finney in Big Fish, il Woody Allen di Sogni e delitti e Roman Polanski con lo spy thriller L’uomo nell’ombra.
Nomi blasonati che incrociano la strada dell'ormai quarantenne attore scozzese nel momento di maggiore classicità delle rispettive carriere, trovando in lui un’immagine rassicurante, quotidiana, sempre più rispondente a quella dei protagonisti hitchcockiani, uomini medi incastrati in vicende extra-ordinarie.

 

piccoli omicidi tra amiciLontana, dunque, dai folgoranti esordi assieme a Danny Boyle, con cui gira il caustico Piccoli omicidi tra amici e soprattutto il cult Trainspotting, che segna la consacrazione di regista e interprete, pronti a ritrovarsi al di là dell’Oceano per la black comedy Una vita esagerata, dove Ewan veste i panni di un rapitore loser trascinato dalla sua vittima, l'avvenente figlia di papà Cameron Diaz, in una serie di fragorosi inseguimenti e rapine. L’aria smarrita e nerdie del suo Robert dà modo a Boyle aggiornare gli schemi della screwball – su tutti Susanna di Hawks, archetipo dell’incontro/scontro tra il maschio imbambolato e la donna-mina vagante – al road e all’heist movie sornione che non ha però grande esito al botteghino.

 

La felice alchimia dei due film precedenti mostra infatti dei cedimenti a contatto col più irregimentato sistema hollywoodiano e così la strada di McGregor si divide da quella del suo mentore. A questo punto Ewan, che già subito dopo Trainspotting aveva comunque intelligentemente diversificato i propri ruoli dedicandosi tanto al cinema d’autore più raffinato – è Jerome ne I racconti del cuscino di Peter Greenaway – quanto ai generi solidi del mondo anglosassone, dalla commedia d’ispirazione sociale di Grazie signora Tathcher al classico in costume, Emma di McGrath, tratto da Jane Austen.

ewan mcgregor twitterGirate tutte nel 1996, queste quattro pellicole salutano nel giro di un anno Ewan McGregor come il nuovo golden boy del panorama europeo ma, soprattutto, lo segnalano a più pubblici, ad audience completamente opposte fra loro, riuscendo nell'impresa di non far coincidere l’attore con un personaggio straordinario come quello di Mark Renton.

 

 

Perché il vero sopravvissuto alla lust for life di Trainspotting non è (solo) il protagonista, che sceglie sarcasticamente ‘la vita’, quanto il suo interprete: chiunque altro probabilmente sarebbe stato schiacciato dal peso di Renton, dai suoi trip attraverso il water, dalle sue corse gioiosamente disperate per le strade di Edimburgo e da due monologhi memorabili, che ancora oggi fanno dichiarare a Ewan come Trainspotting sia il film a cui è rimasto più legato, al punto di scegliere l’immagine scavata ma vitale del suo tossico personaggio come immagine-profilo della propria pagina Twitter.

E del resto, un po' dello spirito di Trainspotting permea le scelte successive di Ewan: Iggy Pop, già nume tutelare del piccolo capolavoro di Boyle, è destinato a ritornare nella vita sul set di McGregor quando nel ’98 Todd Haynes lo sceglie per interpretare Curt Wild, divo glam rock crasi vivente di  Iggy e Lou Reed, contraltare del protagonista Brian Slade, alter ego di David Bowie.

 

ewan mcgregor velvet goldmineVelvet Goldmine è a tutt’oggi, insieme a Trainspotting, una delle migliori pagine della carriera di McGregor, quella con cui si assicura un posto tra gli attori destinati in qualche modo a rimanere. Incontenibile animale da palcoscenico, Curt irrompe come un'epifania nella vita di Brian Slade, illuminandolo istantaneamente sul potere iconico della star.


Da lì in poi tra i due sarà un amore platonico e carnale al tempo stesso in cui Ewan canta, si muove esaltato, strafatto, e si concede un passaggio di consegne a un altro incredibile attore, destinato a segnare gli anni Duemila così come lui aveva fatto con i Novanta: il futuro cavaliere oscuro Christian Bale, che in Velvet è il giornalista/fan incaricato di ricostruire i volti umani dietro la leggenda pop.

 

La musica e il canto ritornano poi in Moulin Rouge, musical-mélo in cui divide la scena con Nicole Kidman: per entrambi, davanti alla roboante macchina da presa di Baz Luhrmann, è la definitiva consacrazione nello star system. Sia con il californiano Haynes che con il regista australiano Ewan si dimostra interprete intelligente e anticonvenzionale, adeguato anche ad operazioni teoriche, in grado di coniugare una forte rappresentazione spettacolare a un discorso concettuale sul testo filmico, risultando sia dentro la storia sia leggermente al di fuori, con un distacco ironico, leggero e appena percettibile, perfettamente in linea con l’approccio registico (è il caso anche dell’inferiore ma pur sempre godibile Abbasso l’amore di Peyton Reed, con Renée Zellweger, omaggio ai battibecchi amorosi di Doris Day e Rock Hudson).

 

Gli anni duemila sono però più appannati, segnati da piccole produzioni ammirevoli nelle intenzioni ma poco riuscite, come le due pellicole che lo vedono accanto alla sempre pregevole Michelle Williams, l’opaco Sex List e Senza apparente motivo di Sharon Maguire, dove tenta di salvare l’amante annientata dalla morte del suo bambino per un attacco terroristico, metafora fin troppo evidente di un’Inghilterra dilaniata dai sensi di colpa.
Le grandi produzioni – gli viene affidato un altro ruolo cult, quello di Obi-Wan Kenobi nella nuova trilogia di Star Wars di George Lucas – si intrecciano a blockbuster più commerciali e dimenticabili.

 

 

beginners di mike millsMcGregor pare annoiato dal cinema contemporaneo, a cui sembra concedersi soltanto per esigenze alimentari, mentre l’io artistico si nutre di operazioni parallele come il progetto di Long Way Round e Long Way Down, reportage di viaggi in moto in giro per il mondo, realizzati con l’amico Charley Boorman e il cameraman Claudio Von Planta.
O il delizioso Beginners di Mike Mills, con Mélanie Laurent, autobiografica elaborazione del lutto paterno e della rinascita grazie all’amore di una donna (e di un cane!) in cui l’autore trova in McGregor un perfetto e sensibile alter ego.
Un’interpretazione giocata tutta in sottrazione, quasi sussurrata, che è perfetta restituzione delle doti dell’ormai ex giovane talento scozzese: la sua capacità di smarrirsi nel personaggio, una quieta “banalità”, il suo essere un uomo nell'ombra, che gli permette di aderire a ogni ruolo senza mai rimandare a una vita fuori dallo schermo.