L’uomo senza passato, di Aki Kaurismäki

Le forme chiuse del mélo. L’opera di Kaurismäki, che all’ultimo Festival di Cannes ha vinto il Gran Premio della Giuria e la Palma per la migliore attrice (Kati Outinen) richiama la consueta cinefilia del cineasta nell’elaborazione di un film che sembra rifarsi al cinema classico hollywoodiano nella costruzione di un atipico noir. Notti raggelate, volti che appaiono dalla penonbra, corpi che sembrano vivere continuamente in uno stato agonizzante all’interno dell’inquadratura. Un uomo arriva in città con un treno, viene rapinato e malmenato da tre teppisti del posto, e assistito da una famiglia durante la sua convalescenza. Una volta guarito, il grosso problema è quello di aver perso la sua identità: non si ricorda più chi è né come si chiama. Il protagonista con il volto fasciato appare quasi una reincarnazione dell’uomo invisibile, inserito però in quel contesto spaziale tipico del cineasta finlandese (la città come terreno di dis/orientamento) in cui il suo corpo appare un pretesto per accentuare quell’umorismo tragico proprio di Kaurismäki: personaggi spesso sospesi nel vuoto, racchiusi in piani lineari, quasi fissi, nei consueti movimenti rallentati che sembrano privarli momentaneamente di ossigeno. Nel momento in cui il racconto non coincide con il formalismo collaudato del cineasta finlandese, L’uomo senza passato è anche un’opera emozionante, che non esibisce il genere di riferimento ma ne trae soprattutto ispirazione (l’apparizione improvvisa di un personaggio estraneo in uno spazio estraneo simile a un’altra vicenda di “uomo senza passato”, cioè il Preminger di Un angelo è caduto) e lascia vivere le progressive pulsioni sentimentali dei due personaggi. Rispetto al deludente Juha è inoltre fortunatamente assente quel narcisismo dove ogni piano appare come una ripetuta esibizione di stile. L’uomo senza passato è però anche il segno di un cinema che è rimasto dietro nel tempo. Certamente uno sguardo sempre perfettamente riconoscibile, sempre così denso di una cinefilia che però, come nel caso delle ultime opere dei fratelli Coen (Fratello, dove sei? e soprattutto L’uomo che non c’era), diventa puro pretesto per imitare forme, atmosfere, smascherando così apertamente i perfetti meccanismi formali-linguistici da togliere al film una propria vita autonoma. Si ha l’impressione che il cineasta finlandese stia attuando un lavoro revisionistico-storico sul cinema, mostrando continuamente la prevalenza della messinscena sulla narrazione. L’alternanza dei piani, gli stacchi di montaggio, i rimandi sempre espliciti a Godard, Ozu e Bresson sembrano replicarsi di film in film; Kati Outinen, per esempio, sembra inquadrata sempre con angolazioni e luci simili a La fiammiferaia. Se di Kaurismäki si può apprezzare da una parte la maturazione autoriale, dall’altra però si rimpiange la mancanza di quelle tracce di contagiosa pazzia, di quel folle delirio del suo cinema a cavallo tra gli anni ’80 e l’inizio dei ’90 (da Ariel ad Amleto è in viaggio di affari fino a Leningrad Cowboys Go America), di quella passione autentica per personaggi terminali (Vita da bohème) e di quella “magia fantastica” di Nuvole in viaggio, rimpiazzati da accenni di una nuova religiosità (la presenza di una Grazia quasi felliniana) che, al momento, desta più perplessità che consensi.

 

 

Titolo originale: Mies vailla menneisyytta


Regia: Aki Kaurismäki
Sceneggiatura: Aki Kaurismäki
Fotografia: Timo Salminen
Montaggio: Timo Linnasalo
Costumi: Outi Harjupatana
Interpreti: Markku Peltola (M), Kati Outinen (Irma), Annikki Tahti (direttore negozio), Kaija Niemela (Nieminen), Sakari Kuosmanen (Anttila), Outi Maenpaa (bancario), Pertti Sveholm (ispettore di polizia), Aino Seppo (moglie di M9, Joona Karastie (figlio di Nieminen), Aare Karen (dottore)
Produzione: Aki Kaurismäki per Sputnik Oy/Pyramide Productions
Distribuzione: Bim
Durata: 97′
Origine: Finlandia, 2002