L’uovo dell’angelo, di Mamoru Oshii
A 40 anni di distanza ci appare ancora come un impenetrabile, ma ubriacante sogno proibito: in cui rinunciamo consapevolmente alla ragione, per abbandonarci al richiamo dell’ignoto. Intramontabile
Quarant’anni fa, nel mezzo delle trasformazioni sistemiche che stavano mutando dall’interno le coordinate e le metodologie operative dell’industria degli anime, la neonata distribuzione direct-to-video di un’opera “anticanonica” come L’uovo dell’angelo è stata accolta come un’ineffabile rivelazione: alla pari di un corpo estraneo, che come tutti i testi che si astraggono dall’assoluta conformazione alle norme o al solito paradigma produttivo, non sembra inizialmente in grado di intercettare le esigenze consumistiche del pubblico a cui è rivolta, per poi ritagliarsi uno spazio privilegiato nell’immaginario collettivo solo grazie all’intramontabilità che unicamente il Tempo ha il diritto – e l’onere – di assegnare. Eppure da un giovane Mamoru Oshii era difficile aspettarsi qualcosa di diverso: la cancellazione nel 1984 di un film esistenzialista su Lupin III era sorta proprio per l’incapacità, di chi gli stava attorno, di individuare nel processo creativo del cineasta un adeguamento alle logiche dell’animazione mainstream, suggestione che le derive metafisiche a cui era andato incontro un lungometraggio “di sistema” quale Lamù – Beautiful Dreamer (1984) avevano ormai reso inossidabile – scatenando anche le ire di Rumiko Takahashi, adirata per come il regista avesse tradito il cuore del suo celebre manga. Non sorprende perciò che l’assoluta libertà che permeava le produzioni straight-to-video nate ad inizio anni Ottanta – i cosiddetti OVA – abbia convinto il geniale filmmaker a ricodificare le immagini collettivamente accreditate agli “anime di basso consumo” proprio in questa cornice produttiva.
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Se Dallos gli ha assegnato nel 1983 il ruolo di progenitore artistico degli OVA, è con L’uovo dell’angelo che Oshii cambia ulteriormente il paradigma, traghettando l’animazione nipponica, specialmente quella di “serie b” (cioè concepita per il mercato home-video) verso i lidi della cultura alta. L’assenza di qualsiasi causalità drammaturgica in un film interamente costellato di allegorie bibliche e visioni oniriche, ha privato di fatto il racconto delle solite coordinate con cui gli spettatori tendevano ad interpretare le narrazioni degli anime, mai così reticenti a soddisfare le esigenze spettatoriali di chi noleggiava il prodotto per una visione domestica e solo relativamente impegnata. Ecco allora che questo insieme di fattori, alla base dell’insuccesso momentaneo a cui è andata incontro l’opera al momento della distribuzione in videocassetta, si è tramutato con l’avanzare del tempo nelle ragioni stesse dietro la sua legittimazione artistica. Posizionando il futuro regista di Patlabor e Ghost in the Shell nel novero dei grandi autori della contemporaneità.
Proprio come in Beautiful Dreamer, anche ne L’uovo dell’angelo il cineasta mette in questione la realtà, raccontando la fallibilità della percezione umana da una prospettiva femminile. Solo che, a differenza di un lungometraggio comunque mainstream qual è quello su Lamù, qui Oshii si libera totalmente dal peso e dalle logiche “opprimenti” dell’intreccio, per aprire le inquadrature agli spazi del sogno, permettendo così alle immagini di divenire potenzialmente “illimitate” da una prospettiva concettuale. La storia del film prende infatti piede in una terra apparentemente primordiale, dominata da rovine di una civiltà scomparsa e da una vacuità spaziale squarciata unicamente dai movimenti di due personaggi innominati, sulle cui interazioni ruotano tutte le sequenze del racconto. Il mondo sembra qui rigettare qualsiasi visione antropocentrica, tanto che la narrazione è guidata sì dai tentativi della bambina protagonista di mettere al riparo il fantomatico uovo trovato nel nulla e del giovane viandante di interrogarla sul senso delle sue azioni: ma soprattutto dall’inabilità di queste due anime desolate di afferrare – sia fisicamente, che intellettualmente – i fenomeni di una realtà che risulta inadeguata ad ospitare/preservare l’esistenza umana.
Considerate queste coordinate, ecco che i simbolismi religiosi e post-apocalittici che popolano le immagini de L’uovo dell’angelo diventano, come mai era successo prima nella storia degli anime/OVA, la segnaletica del frazionamento (o della parcellizzazione) dell’esperienza dell’individuo, organizzata secondo elementi che non appartengono alla sfera del reale – quella della vita materica e tangibile – ma che si collocano negli sfuggenti orizzonti del pensiero. In questo modo la narrazione, così deliberatamente priva di una linearità o di un senso apparente, si fa depositaria ed effige di una dimensione altra, più in linea con le matrici del sogno, e quindi maggiormente evocativa ed erratica. Le stesse azioni “protettive” che la bambina ripete in maniera meccanica nei confronti del suo uovo, sottolineano unicamente la volontà – o la difficoltà? – dei personaggi di credere nei sogni, di sperare di individuare qualcosa di bello nella realtà che li circonda o di pensare che esista un’esperienza metafisica, che vada ben oltre le cose terrene della vita.
È per mezzo di tutte queste istanze, esaltate dalle scenografie glacialmente monocromatiche disegnate dal futuro character designer di Final Fantasy Yoshitaka Amano – con cui Oshii dà qui vita ad una delle sinergie artistiche più memorabilmente immaginifiche nella storia dell’animazione nipponica e non – che L’uovo dell’angelo arriva a comunicare in ogni momento con lo spettatore ad un livello diverso, più intimo e meno intellettivo, spingendo un pubblico disabituato alla non-linearità drammaturgica ad accettare una sfida che però appare quasi sacrilega rifiutare. Perché, a conti fatti, è impossibile restare indifferenti davanti al richiamo onirico di un affastellamento di immagini così egualmente confortevoli e perturbanti, capaci di inebriare, sconvolgere e – cosa ancora più radicale – di far dubitare l’occhio e il pensiero umano. E più ci immergiamo in questo flusso magmatico di istantanee indecodificabili, più ne rimaniamo brutalmente affascinati: forse perché razionalmente comprendiamo che dinanzi ad una visione così (in)tangibile e dalle possibilità interpretative infinite, la Ragione perde qualsiasi funzione o motivo di esistere.
Titolo originale: Tenshi no Tamago
Regia: Mamoru Oshii
Voci: Keiichi Noda, Mako Hyodo, Jinpachi Nezu
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 71′
Origine: Giappone, 1985




















