L’urlo di Donnie Yen terrorizza anche l’Occidente

Agli albori dei Seventies Hong Kong invase le sale cinematografiche del mondo con un nuovo (sarebbe più corretto dire, rinnovato) genere cinematografico che subordinava lo sviluppo della trama ad una serie di combattimenti corpo a corpo tra il protagonista ed i suoi antagonisti, sfruttando la conoscenza delle tecniche ispirate alle arti marziali. Titoli come Il Furore della Cina colpisce ancora (1971), Dalla Cina con Furore (1972), L’Urlo di Chen Terrorizza anche l’Occidente (1972), Cinque Dita di Violenza (1972), I Tre dell’Operazione Drago (1973), Massacro a San Francisco (1974), I Giganti del Karaté (1976), Master of the Flying Guillotine (1976), I Distruttori del Tempio Shaolin (1977), Le Furie Umane del Kung Fu (1978), Drunken Master (1978), La 36a Camera dello Shaolin (1978), L’Ultimo Combattimento di Chen (1978), Magnificent Butcher (1979), Chen – il Pugno che Uccide (1980) e L’Ultima Sfida di Bruce Lee (1981) imposero all’attenzione del mondo, anche occidentale, le discipline di lotta asiatiche, basate fondamentalmente su spirito di sacrificio, eleganza e coordinazione di movimenti, armonia ed energia interiore e forza di volontà. Il picco di popolarità fu raggiunto con Bruce Lee, uno dei più influenti artisti marziali della storia, capace di elevare a forma d’arte e di pensiero filosofico il concetto di arte marziale, in particolare la disciplina da lui praticata e perfezionata, il Jeet Kune Do. La direzione e lo stile delle sue opere diedero nuovo impulso ai film di arti marziali di Hong Kong, facendoli virare da un approccio spiccatamente teatrale ad un sentimento più realistico delle scene di combattimento.

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Le pellicole marziali cinesi influenzarono profondamente tutto il filone hollywoodiano degli Anni Ottanta, che elaborò una propria forma espressiva sviluppata attraverso l’ibridazione di diversi generi, lanciando attori (e soprattutto atleti) come Jean-Claude Van Damme, Cynthia Rothrock, Dolph Lundgren, Chuck Norris e Steven Seagal. Potenza e massa muscolare acquistano maggiore importanza e l’azione, più o meno raffinata, diventa elemento preponderante. L’uso di armi o di un’eccessiva violenza non sono sempre fattori determinanti e variano a seconda del paese di provenienza del film e dell’anno di lavorazione.

Nella seconda metà degli Anni Novanta il genere subisce una drastica battuta di arresto. Il mercato cinematografico si evolve costantemente ed i professionisti del settore preferiscono ripiegare su altri generi, magari meno dispendiosi fisicamente e più remunerativi per le tasche: assistiamo così alla proliferazione di film d’azione, drammatici, thriller ed anche fantascientifici, che presentano spettacolari scene di combattimento a mani nude, in molti casi coreografati da grandi nomi del genere marziale. In anni più recenti, non sono mancati registi che hanno espresso la loro ammirazione per questo genere di film e ne hanno rielaborato, in una visione più o meno personale ed originale, i canoni, a cominciare da Quentin Tarantino (Kill Bill vol. 1, 2003 e Kill Bill vol. 2, 2004) e Robert Diggs, meglio noto come RZA (L’Uomo con i Pugni di Ferro, 2012).

I film marziali sono stati prodotti principalmente da Hong Kong, dagli USA e, in numero decisamente minore, dalla Corea del Nord. Non mancano comunque eccezioni, come titoli provenienti dalla Francia, dalla Cina (il cui mercato è completamente diverso da quello di Hong Kong), dal Sudafrica ed anche dall’Italia. Dai primi anni 2000, la Tailandia si è imposta pesantemente sul mercato mondiale con alcuni titoli che hanno riportato in auge il genere. In Occidente, i film di arti marziali raggruppano in realtà tre generi diversi: il Gongfupian, film dove i combattimenti sono svolti prevalentemente a mani nude e per strada o, comunque, con armi bianche; il Wuxiapian, genere cinese in costume con cavalieri erranti e spadaccini volanti che usano solo armi da taglio, a declinare il combattimento fisico in una forma più irreale, visionaria e lirica; il Ninja, genere minore, basato su tecniche ispirate al Ninjutsu.

coverlg_homeSulla scia delle icone cinesi Bruce Lee, Corey Yuen, Jet Li, Jackie Chan e Sammo Hung e della leggenda giapponese Sonny Chiba si pone Donnie Yen (leggi l’intervista a margine di un incontro in occasione di Venezia ’67), unanimemente considerato tra i maggiori interpreti del cinema marziale cinese, ma “sbarcato” ad Hollywood solo in tempi recenti. Nato a Canton il 27 luglio del 1963, Donnie respira l’atmosfera delle arti marziali sin da bambino. I suoi genitori, infatti, sono due maestri di questo genere di disciplina, Klysler Yen e Bow Sim Mark, ed è proprio la madre ad insegnargli le prime nozioni della boxe della suprema polarità, il Tàijiquán (più nota in Occidente come Tai Chi), sin dall’età di quattro anni. All’età di undici anni, si trasferisce con la famiglia a Boston, nel Massachussets, dove la madre fonda una scuola di wǔshù tradizionale cinese e dove Donnie inizia a studiare le altre discipline, dal Wǔshù al Kickboxing passando per il Taekwondo, con l’obiettivo di completare il suo bagaglio tecnico, giungendo fino alla conquista della cintura nera 6° dan. Dotato di una personalità fuori dagli schemi e di un carattere insofferente che non lo aiuta ad integrarsi nel nuovo contesto sociale, a sedici anni Donnie viene rispedito dalla famiglia in Cina. La sua spiccata vocazione di lottatore marziale lo porta ad iscriversi all’Università del Wǔshù di Pechino, la stessa frequentata da Jet Li, dove perfeziona la sua tecnica. Qui Donnie viene notato dal regista Yuen Woo-Ping che lo ingaggia, appena diciannovenne, per una piccola parte nel film Drunken Tai Chi (1984). Il ruolo del giovane Cheng Do, per quanto marginale, permette a Donnie di mettere in mostra le sue doti di combattimento e di attirare l’attenzione di numerosi registi e produttori. Prende così avvio la sua lunga carriera che lo vedrà protagonista di oltre una trentina di pellicole. Nei primi Anni Novanta, Yen stenta a ritagliarsi un ruolo da protagonista nell’affollato mondo delle star di Hong Kong, recitando in un cospicuo numero di pellicole nei panni del villain, temibile ma infine perdente contro l’eroe di turno. È il caso di New Dragon Gate Inn (1992) di Tsui Hark, Raymond Lee e Siu Tung-Chin remake del capolavoro wuxia taiwanese diretto da King Hu (1967) – in cui Yen interpreta il malvagio eunuco Tsao. In patria, il film della svolta è Iron Monkey (1993), diretto da Yuen Woo-Ping, in cui Yen si impone in un ruolo da protagonista. La Scimmia di Ferro è una sorta di Robin Hood della Cina del XIX secolo, che prelude ad un’inversione di tendenza: da qui in avanti Yen svestirà i panni del “cattivo” per indossare quelli del difensore della giustizia e dei più deboli. Una nuova affermazione arriva con il ruolo del Generale Lan nel film di Tsui Hark, Once Upon a Time in China II (1992) – secondo capitolo di una fortunata saga – in cui Yen è il campione di una setta di fanatici anti-occidentali, il Loto Bianco, contrastata dall’eroico patriota Wong Fei-Hung, interpretato da Jet Li. Il suo combattimento finale contro Li viene considerato dagli estimatori uno dei migliori del genere.

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Nel 1997 dirige il suo primo film, Legend of the Wolf, prodotto dalla sua casa di produzione, la Bullet Films Productions Limited. Donnie riesce ad affacciarsi alla cinematografia americana solamente nel 2000, quando interpreta il ruolo di Jing Ke, uno degli immortali di Highlander: Endgame, di Doug Aarniokoski. Nel 2002 ha una piccola parte in Blade II, di Guillermo Del Toro, dove interpreta Snowman, uno dei vampiri cacciatori. Per entrambi questi ultimi film, Yen realizza la coreografia delle scene di lotta, cominciando a costruirsi una reputazione in tale senso nel complicato panorama hollywoodiano. Nel 2003 partecipa a Due Cavalieri a Londra, commedia d’azione diretta da David Dobkin, a fianco di Jackie Chan e Owen Wilson. Sempre nel 2003 ha una piccola parte in Hero – nel ruolo di Cielo – il kolossal cinese diretto da Zhang Yimou, dove torna a scontrarsi con Jet Li. Nello stesso anno cura la coreografia dei combattimenti per il videogioco Onimusha III e sposa la reginetta di bellezza cinese Cissy Wang Ci Ci.

xxx-return-of-xander-cage-donnie-yenLa scalata ai vertici dello star system passa attraverso durissimi noir hard-boiled nelle vesti di poliziotto, spesso infiltrato (SPL: Sha Po Lang, 2005, e Flash Point, 2007, entrambi diretti da Wilson Yip; Special ID, di Clarence Fok, 2013). Nel 2005 interpreta il ruolo dello spadaccino Chu Zhao Nan nel film wuxia di Tsui Hark, Seven Swords. La fama internazionale di Donnie è dovuta principalmente all’interpretazione del grande maestro di arti marziali Yip Man, famoso tra l’altro per aver avuto come allievo Bruce Lee, nell’omonimo film gongfu (2008), primo di una saga (Ip Man 2, 2010; Ip Man 3, 2016), diretto dal regista cinese Wilson Yip. Grazie a questo ruolo, Yen è diventato la star più pagata e più richiesta dell’intera Asia, protagonista dei principali film d’azione, in costume e non. Per poter interpretare al meglio la parte, Donnie si è sottoposto a durissimi ed intensi allenamenti di Wing Chun sotto la guida del maestro Ip Chun, figlio maggiore di Yip Man, per oltre un anno. I risultati ottenuti sono stati stupefacenti e lo stesso Ip Chun si è dichiarato sorpreso per la rapidità di apprendimento dimostrata da Yen. È soprattutto il primo capitolo della serie ad esporre in maniera compiuta e a rendere comprensibili, anche per chi è all’asciutto di arti marziali, quelli che sono i principi e i pensieri di uno dei più grandi maestri della disciplina. L’interpretazione di Donnie Yen è sobria ed efficace e le scene di combattimento risultano credibili e ben coreografate. Grazie a queste caratteristiche, Ip Man risulta un film adatto e godibile anche per coloro che non apprezzano i combattimenti classici dei wuxia, spesso pieni di acrobazie ai limiti della fisica. Nella pellicola vengono celebrati valori come la semplicità, il patriottismo, il senso dell’onore e della giustizia, che permettono al popolo cinese di riscattarsi dall’ignominia dell’occupazione giapponese (nel primo episodio) o dalla sopraffazione del “padrone” di Hong Kong, la Gran Bretagna colonialista (nel secondo capitolo). Se in Ip Man 2, Yen deve difendersi dai colpi di un pugile britannico, nel recentissimo Ip Man 3 è addirittura Mike Tyson uno degli antagonisti principali del maestro: ciò accresce notevolmente la differenza con il personaggio realmente esistito, ma contribuisce a fare di Donnie Yen una star finalmente internazionale, quasi un Rocky del terzo millennio, protagonista di una saga nazional-popolare e spettacolare che cavalca i buoni sentimenti e si permette di forzare la mano alla realtà storica.

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Nel 2014, Yen è protagonista del film di Teddy Chan, Kung Fu Jungle, in cui interpreta il ruolo di un istruttore di arti marziali, Hahou Mo, imprigionato con l’accusa di aver ucciso un suo rivale morto in realtà a causa di un incidente. Tre anni dopo, quando un serial killer di nome Fung Yu-Sau inizia ad uccidere maestri di arti marziali in pensione seguendo la filosofia marziale dell’eliminare gli avversari più deboli di lui, Hahou rivela all’ispettore della polizia locale di conoscere il killer. Comincia così una caccia a colpi di arti marziali, unico modo per Hahou di riconquistare la libertà. Nel 2016 Yen interpreta Chirrut Îmwe, un guerriero cieco devoto allo stile di vita dei Jedi nel film di Gareth EdwardsRogue One: A Star Wars Story – il primo della serie Star Wars Anthology, una collezione di film stand-alone ambientati nell’universo di Guerre Stellari e il ruolo di Lupo Solitario Meng Sizhao – colui che impugna la mitica spada Destino Verde – nel wuxia Crouching Tiger, Hidden Dragon: Sword of Destiny, diretto da Yuen Woo-Ping, sequel de La Tigre e il Dragone di Ang Lee (2000) e distribuito in tutto il mondo su Netflix.

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Insistenti voci di corridoio sostengono che l’attore, giunto ormai all’età di 53 anni e considerate le condizioni del suo fisico provato da innumerevoli anni di lotte e stunt, stia maturando la decisione di ritirarsi dalle scene. Una scelta, per la verità, già annunciata a più riprese in passato, al punto da lasciare sconcertati i numerosi fan che si aspettavano di vederlo nell’ultimo capitolo di Ip Man. I fan sono stati poi ampiamente ripagati e, probabilmente, Yen attende ancora che il suo “urlo marziale” trovi la definitiva consacrazione mondiale, prima di andare in pensione.


Il ruolo del temibile Xiang al fianco di Vin Diesel nell’atteso xXx – Il ritorno di Xander Cage di D.J. Caruso, in sala in Italia da domani, sarà un ulteriore passo in avanti nella sua conquista di Hollywood?