Ma che colpa abbiamo noi, di Carlo Verdone

Un film corale particolarmente ispirato e ben diretto, con suggestioni che passano da Pasolini a Lubitsch fino a Lynch. Sempre al confine tra cinema italiano “classico” e “classico” cinema italiano.

Può diventare impossibile parlare dell’ultimo Verdone senza sottostare al Teorema pasoliniano e allo Scrivimi fermo posta di Lubitsch, trovati(si) per caso in televisione in questi giorni, film diversissimi, più materialista il primo, spirituale (sublime immateriale anche) l’altro, che a loro modo si ritrovano proprio nel punto di partenza “freudiano” e scivolano in Ma che colpa abbiamo noi che parla di pratica psicanalitica. “Film di regia” ha detto Verdone del suo lavoro mentre gli altri due sono film di registi, basati sul fuori campo, che in Lubitsch è nascosto e materiale (le case, le vite fuori dal negozio che aneleremo per tutta la vita), e Pasolini lo reifica nello spirito “da riempire” del deserto. Fuori campo, che è anche il regista, ovunque presente in Ma che colpa abbiamo noi, dove si vede tutto (anche la regia appunto), e questa mancanza è metaforizzata nella prima sequenza, quando muore la psicanalista durante una seduta e lascia gli otto personaggi in balia delle proprie mancanze.

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E’ un po’ quello che Verdone ci continua a ripetere da anni, già dai titoli, che implicano in qualche modo la visione già data, gridata (Al lupo al lupo), maledetta (Maledetto il giorno che t’ho incontrato), rivista (Compagni di scuola) fino ad implorarne quasi la scomparsa (Perdiamoci di vista). Lui si è già analizzato, è in perenne seduta ma sa già qual è il suo altro io, quello che i personaggi di Pasolini hanno perso per sempre e quelli di Lubitsch sembrano sublimare in un bacio/finale che ci ricorda il Cuore selvaggio del mondo(Lynch): è il “coatto”, il protagonista degli “altri” film.

Verdone ha fatto sua la macrodialettica tutta italiana borghese/popolare, materializzandola nel suo cinema/corpo finora senza sintesi possibile; o si è l’uno o si è l’altro fondamentalmente e queste otto vite “borghesi” che si intersecano nel film non cercano l’impossibile altro/i (io) ma l’altra/e (persona) che colmi le deficienze emergenti dall’analisi (della vita). Da qui un film “corale”, nell’accezione “cattolica” (come si è definito l’autore), che “condanna a morte” l’unico che fuoriesce dal gruppo pensando di poter fare da solo, ed ha un’officiante, che è punto di partenza e d’arrivo e cura i vari aspetti della “costruzione” (fa la regia, per tornare al già detto).

Grazie anche alla produzione della Warner, Verdone ha cercato di estrarre dal “corale” un’opera con un messaggio universale (altro che analisi abbiamo bisogno di stare vicini per curare i nostri mali), cercato nell’attualità (“dopo l’11 settembre ho letto un articolo in cui si parlava dell’aumento delle persone che sceglievano l’analisi”) e “spiegabile” a tutti. Nella sceneggiatura sono stati de/scritti dettagliatamente otto personaggi, diversificati nell’età (dalla ventenne Chiara all’ultracinquantenne Gabriella) e nelle “cartelle cliniche” (dal conflitto con il padre di Gegè/Verdone a quello con la moglie di Ernesto, poi con l’amante, il corpo che invecchia…), che emergono dai particolari (la fissa per scarpe con i tacchi alti della Buy, il dormire sui treni di Ernesto) come dai dialoghi. Così la regia, che passa dal dettaglio a riprese d’insieme, scegliendo una luce con luci e ombre spesso marcate (ancora a sottolineare l’agro/dolce, le “parti buie”) sembra accompagnarsi all’idea di toccare un po’ tutto il cinema italiano, dalla “storica” commedia (e la presenza di De Bernardi si avverte tutta) alla fiction, fino al personaggio quasi “vanziniano” della velina Daria/amante di Gegè. Sempre al confine (forse solo per chi non riesce ad entrare) tra cinema italiano “classico” e “classico” cinema italiano.

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Regia: Carlo Verdone
Interpreti: Carlo Verdone, Margherita Buy, Anita Caprioli, Antonio Catania, Stefano Pesce, Lucia Sardo, Max Amato, Luciano Gubinelli
Distribuzione: Warner Bros.Italia
Durata: 116′
Origine: Italia, 2002

     

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
3 (1 voto)
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