Ma vie ma gueule, di Sophie Fillières

L’ultimo film della regista francese, morta lo scorso luglio, parla di morte ma non si autocompiace e cerca la leggerezza. Agnès Jaoui diventa lo specchio della cineasta. CANNES77. Quinzaine.

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Quante facce, quante vite ha Barbie? Lei in realtà si chiama Barberie, ha il volto di Agnès Jaoui e diventa il doppio di Sophie Fillières, l’attrice, la sceneggiatrice e regista francese scomparsa lo scorso 31 luglio a 58 anni che tra gli ultimi film ha interpretato il ruolo della domestica Monica in Anatomia di una caduta. Ma vie ma gueule nasconde già gli oscuri presagi della morte prima del finale, ma cerca la leggerezza nel mostrare la crisi di una donna sui 50 anni in tre atti: una commedia, una tragedia e un’epifania. Nel primo sembra uscita da un film di Woody Allen: il rapporto con lo psicologo che parla quando sta finendo la seduta, i segreti della figlia Rose e di un’amica ascoltati casualmente su una panchina in un parco, la donna sull’autobus che le fa portare le buste. Poi il film cambia tono. Sempre lo psicologo le chiede: “Come sta suo padre?” o in ospedale si deve subire dal medico la frase di circostanza: “Come andiamo oggi?”.

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Guarda il cielo Barbie, incrocia il rumore dei gabbiani, cerca la pace nella passeggiata in montagna come se stesse già andando alla ricerca di un suo equilibrio interiore. Barbie è un ulteriore variazione di molte figure femminili del cinema di Sophie Fillières dopo quello di Margaux (Sandrine Kiberlain) di La belle et la belle, di Pomme (Emmanuelle Devos) di Arrête ou je continue e Célimene (Chiara Mastroianni) di Un chat un chat, che è forse il personaggio più vicino alla protagonista. Entrambe ‘ballano da sole’, stanno facendo i conti con una fase della loro vita e la presenza dei figli le costringono a tornare con i piedi per terra. Come in quel film però a Fillières interessa accompagnare principalmente il suo personaggio/se stessa nei suoi umori, nelle sue passioni (la scrittura), nella solitudine dove l’immagine allo specchio diventa ora impietoso ora complice. Agnès Jaoui esprime tutta la paura e i tentativi di sdrammatizzare della regista. Non è un testamento ma una specie di ‘diario personale’, dove le parole sono soprattutto un sottotesto che accompagnano in viva voce il continuo tentativo, quasi frenetico, di comunicare, scontrarsi, forse abbracciare gli altri. Quello con entrambi i figli è emozionante perché suona come un addio. Però Ma vie ma gueule non si autocompiace mai né cerca la commozione. Piuttosto la evita, quasi la nasconde. Per questo, anche nei suoi salti improvvisi, nelle parti (forse) mancanti che ci potevano essere, regala un’istantanea che, grazie al cinema, può diventare eterna.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.5
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Il voto dei lettori
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