Mad God, di Phil Tippett

Presentato Fuori Concorso, il film di Tippett rappresenta un’esplorazione ininterrotta di un mondo partorito in un recesso incognito, tra ombre e silenzi, ed un mostro ad attendere ad ogni svolta

L’universo malato immaginato dal vincitore del Vision Award di questa edizione di Locarno, Phil Tippett, completato dopo una gestazione trentennale, rasenta la perfezione nella sua complessità, espone un lavoro certosino compiuto sugli elementi, siano uomini, mostri o macchine, perdute dentro un groviglio materico dove tutto si muove, ruota e pulsa sotto il rumore dei passi di un assassino. Labirinto artigianale di forme, scolpite da mano umana, da incrociare con gli ultimi ritrovati della tecnica, in una combinazione di forte impatto visivo. Tippett è un personaggio da considerare una leggenda nel settore dell’animazione per il contributo fornito allo sviluppo della stop motion, e questo film ha le sembianze di un traguardo inseguito per una vita. Cercando un quadro di riferimento viene immediatamente da pensare ad un titolo cardine del ventunesimo secolo, Hard to Be a God di Aleksei German, soprattutto nelle scenografie debordanti ed in continua mutazione, costruite dentro un’atmosfera decadente e spietata, ed un impianto gaming. Posti dove le leggi sono sovvertite nel disordine, gli angoli sono bui e nascondono mostri o soltanto dei rifugi per sfuggire alla morte di anime abbandonate al proprio destino. Un mondo caotico, disseminato di trappole, un meccanismo governato da forze oscure, legato alla terra per ferocia e vitalità, ombroso come una faccia cattiva e dotato di un anelito alla divinità.

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Espiazione, punizione, ricompensa, vita, morte, il ciclo continua ininterrotto in assenza di parola, suoni di pericoli, richieste d’aiuto, stridore freddo e mugolii, voce metaforica di un progetto imponente adatto a raccontare dinamiche oltre il tempo, lotta per il potere, sacrificio dei deboli, un’idea di progresso indice inevitabile di corruzione. Il processo è ravvisabile nei volti tumefatti deformati da una smorfia, dalle maschere antigas per descrivere un perenne stato di guerra o semplificato nell’assenza di lineamenti, l’omologazione della vittima con un preciso significato simbolico di un olocausto impossibile da fermare. Fusione di pallore cadaverico e membra sanguinanti, on/off, in osmosi attraverso l’inconsistenza di una membrana trasparente.

La trama è letteralmente stritolata dall’incidenza dello sguardo su uno scoppio imminente nei toni in ombra, dall’ingombro degli ingranaggi,  una fantascienza distopica di esplorazione tra paesaggi frutto di una mente appassionata e ricca di trovate intelligenti. Quello spazio galleggiante, sottolineato da rintocchi di sospensione, emana una desolante consapevolezza ma conserva qualcosa di fanciullesco nella ricca immaginazione, nel capovolgere annoiato una situazione nell’altra, scioccato e stupito di un nuovo gioco da disegnare.
Phil Tippett è noto soprattutto come effettista, premiato con l’Oscar per Jurassic Park e candidato alla statuetta altre diverse volte, un lavoro per il quale ha collaborato con registi come Spielberg appunto, ma anche George Lucas per Guerre stellari, Joe Dante. Mad God è il secondo lungometraggio dopo Starship Troopers 2, sequel del film di Paul Verhoeven da cui ha raccolto il timone, e con il quale ha lavorato anche in occasione di Robocop.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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