Mag Mag, di Yuriyan Retriever
Prende di mira le forme di un genere così storicamente codificato come il J-Horror, e le dissacra, privandole ironicamente dello spirito allegorico che le attraversa. Dal Monsters 2025 di Taranto
La K2 Pictures vuole scardinare tutte le convenzioni produttive che stanno minando alla base, ormai da diverse decadi, la crescita e la capacità di autofinanziamento dell’industria cinematografica giapponese. Come annunciato lo scorso anno dall’ex dirigente della Toei Kii Muneyuki in occasione del mercato internazionale di Cannes77, l’unica soluzione per rendere i progetti filmici nipponici economicamente sostenibili per chi li mette in cantiere, senza subire delle inopportune ingerenze da parte di aziende che poco o nulla hanno a che fare con le metodologie operative del cinema, è quello di stabilire un nuovo fondo di investimenti – chiamato in questo caso K2P Film Fund I – e di superare la norma dei production committe: ovvero di quel sistema produttivo a basso tasso di rischio imprenditoriale nato negli anni ’80 con l’approdo del gigante dell’editoria Kadokawa nel mondo della settima arte giapponese – e divenuto poi una consuetudine anche negli anime grazie al successo planetario di Neon Genesis Evangelion – che vede la partecipazione, per quel che concerne le strategie di finanziamento di un progetto cinematografico, di compagnie operanti in tutti i settori dell’entertainment e della pubblicità, ognuna delle quali arriva a ripartirsi i guadagni, lasciando così le briciole a chi, di fatto, dà alla luce il singolo lungometraggio. E al fine di sublimare questo spirito decostruzionista e antisistemico, i produttori della K2 Pictures hanno affidato il loro progetto di debutto intitolato Mag Mag – a cui seguiranno altre opere di spessore, tra cui i nuovi lavori di Kore-eda, Miike, Miwa Nishikawa e dello studio di Chainsaw Man e Attack on Titan MAPPA – ad una personalità artistica decisamente anarchica: la nota comica Yuriyan Retriever, qui al suo esordio dietro la macchina da presa.
Considerata l’eccentricità della neo-filmmaker, e l’immagine iconoclasta che detiene agli occhi del pubblico nipponico, non sorprende che la regista, anche in virtù della totale libertà espressiva garantitele dai produttori della K2 Pictures, abbia preso come universo di riferimento un “monolite” qual è il J-Horror, per poi dissacrarlo. A primo impatto, infatti, Mag Mag non sembra astrarsi dalle istanze che governano questo orizzonte cinematografico così storicamente codificato, tanto che nelle sequenze iniziali, dall’uso in senso non-lineare del suono al focus sugli orrori del fuori campo fino alla presenza della classica onryō (cioè la donna vendicativa dalla corporeità liminale e dai lunghi capelli neri) posizionata al centro di tali narrazioni, il film arriva a replicare molte delle consuetudini iconografiche e drammaturgiche del genere in questione. Eppure, con il trascorrere del racconto, notiamo che queste strutture vengono indagate solo in superficie: come se fossero delle mere segnaletiche filmiche, preposte ad emblematizzare uno specifico universo di segni e linguaggi – appunto, quello del J-Horror – di cui però non si vuole reiterare veramente l’afflato traumatico e sociologico, sacrificato sull’altare di un umorismo macabro e grottesco.
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Lo stesso incipit di Mag Mag partecipa a questa idea di dissacrazione totale: i singoli capitoli del film, che portano i nomi dei vari personaggi che di volta i volta vengono perseguitati ed uccisi dal fantasma di una ragazza prematuramente scomparsa, non intrecciano le loro riflessioni ai soliti discorsi esistenzialisti che il J-Horror propone sui malesseri endemici della società e sui rapporti patologici che si sono venuti a creare, ai tempi della Lost Decade, tra i cittadini nipponici più vulnerabili e il mondo della comunicazione digitale; ma replicano le atmosfere del genere con il solo obiettivo di mettere in moto la parabola vendicativa della giovane Sanae (Sara Minami), rimasta orfana del fidanzato a causa delle attività omicide dello spettro, donando così alla spirale di violenza uno sfondo narrativamente “credibile” e ampiamente consolidato nell’immaginario collettivo.
E per quanto Mag Mag risulti un po’ incongruo da un punto di vista tonale ed identitario ogni qualvolta cerca di ritornare allo spartito filmico di partenza, toccando in questo caso temi delicati quali il bullismo giovanile o il dogma tutto nipponico del conformismo estremizzato, il film dimostra comunque di saper giocare bene con i codici di genere, qui traghettati verso un’ottica sovversiva che appare decisamente in linea con le strategie antisistemiche avanzate dai fondatori della K2 Pictures: capaci ora di mettere in cantiere un lungometraggio che funge, nonostante la sua natura acerba, da vero e proprio manifesto programmatico della compagnia.






















