Magic in the Moonlight, di Woody Allen

Magic in the MoonlightE’ vero: il cinema di Woody Allen vive sempre di più al di fuori dei film che fa. E ogni nuova opera ci appare sempre più come quelle vecchie fotografie che anno dopo anno testimoniano, nel loro lento dis-farsi, l’esperienza del tempo. Cosa dovrebbe essere, in fondo, questa coloratissima magia al chiaro di luna se non il ricordo dell’unica esperienza che ha dato senso a un'intera vita? Il cinema, il set, il fare-film, nell’ennesima variazione su tema che pur non aggiungendo una virgola al gigantesco percorso autoriale, configura forse qualcosa di più importante: un altro segno di vita. Partendo dalla Berlino del 1928 (pochi anni prima dell’abisso…) l’alterego Colin Firth, mago/imbonitore razionalissimo, si lascia coinvolgere in una personale sfida che dia ancora un senso all'esistere: può una ragazza essere un'onesta sensitiva, guardare nel passato delle persone (nella memoria, appunto…) creando un medium dal solo contatto? No, voglio smascherarla, dice Colin/Woody.

Si parte per il Sud della Francia, allora, in Costa Azzurra, per raggiungere la presunta truffatrice Emma Stone e inscenare l’ennesimo teorema in salsa Allen, tra quesiti sull’esistenza e ironici bagliori d'amore alla Midnight in Paris. Il coltissimo gioco metacinematografico è sin troppo scoperto, tutti i personaggi aleggiano come fantasmi resuscitati da un cinema “già visto”: Firth gigioneggia come un Allen d'annata, la Stone è impacciata come Diane Keaton in Io e Annie e vestita come Mia Farrow in Una commedia sexy in una notte di mezza estate. “L’ultimo rifugio nel deserto”, sentenzia qualcuno. Ogni inquadratura di Magic in the Moonlight, del resto, è incredibilmente già “passata”: tra una composizione di Renoir padre e una gita in campagna di Renoir figlio, tra un angelo azzurro vonsternberghiano e una caccia al ladro hitchcockiana… dalla gabbia dorata della memoria non si sfugge proprio mai. O quasi. Perché “il mondo può essere privo di senso, ma ci sarà sempre un po’ di magia”, dice la vecchia madre al disilluso Colin Firth: insomma ce ne frega poi tanto se Emma sia o meno un'imbrogliona?

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Ecco che qualcosa inizia a sfuggire all’implacabile meccanismo determinista dell'ultimo Allen (oltre ogni mach point), qualcosa sopravvive in quei lunghi piani sequenza su abbacinati paesaggi di provincia, attimi di sublime travalicano il già visto, scintillii improvvisi negli occhi di Emma Stone arrivano sino a noi. Arrivano persino a Colin/Woody. E allora dopo l’ennesimo ragionamento sul falso e sul simulacro, sul non-senso dell'esistere e sul nietzschiano come il mondo vero finì per diventare favola, eccetera, eccetera, eccetera…qualcosa brilla ancora di luce e sentimento. Oltre l’inquadratura e oltre lo stesso film. E forse è vero, come dicono in tanti e come tanti si affretteranno a dire anche stavolta: "Woody Allen non ha veramente più nulla da dire!". Ma tant’è. Lui ce lo dice con una grazia e una sincerità commoventi, ce lo dice da fantasma sopravvissuto a un’epoca che non gli appartiene più, ce lo dice brandendo ancora il suo cinema divenuto ormai un lontano ricordo. Un caro e lontano ricordo.

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Titolo originale: id.

Regia: Woody Allen

Interpreti: Emma Stone, Colin Firth, Marcia Gay Harden, Jacki Weaver, Hamish Linklater

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Origine: Francia, USA 2014

Distribuzione: Warner Bros

Durata: 97'