Magnifica Presenza, Magnifica Poesia

Pietro e la Compagnia Apollonio in una scena del film.

La storia di Pietro e delle magnifiche presenze che lo circondano, reali e non. Un racconto poetico che indaga con leggerezza e delicatezza il mondo (piuttosto affollato) degli “invisibili”, sospeso tra realtà e immaginazione. L’ultima opera di Ferzan Özpetek, dal 16 marzo nei cinema.

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Si esce dalla sala con un’espressione a metà tra l’amaro e l’interrogativo e con la strana sensazione che il regista abbia voluto prendersi gioco persino di noi. Insomma, “Allontanate ogni razionalità, o voi ch’entrate!” verrebbe da dire: la tendenza – benché involontaria – di attribuire un senso logico a ciò si vede verrà sovente sbeffeggiata, il piacere spettatoriale che deriva dal pieno coglimento dell’opera, in parte volutamente disatteso.

La motivazione, tanto poco immediata quanto estremamente chiara e provocatoria: non è certo la razionalità la chiave di lettura da applicare ad una pellicola come Magnifica Presenza, che di poesia è intrisa ed evidentemente pervasa.

Il film di Özpetek racconta la storia di Pietro (Elio Germano), un ragazzo catanese con aspirazioni d’attore che si trasferisce a Roma. La sua tranquilla esistenza nella nuova abitazione viene tuttavia turbata da strane presenze, che solo lui è in grado di vedere; si tratta di una bizzarra e datata compagnia d’attori con i quali instaura successivamente un rapporto d’amicizia. Compatito dalla cugina che cerca di guarirlo da queste continue allucinazioni, Pietro tenterà invece di andare a fondo della storia, cercando di capire le ragioni che trattengono nel presente questa sorta di fantasmi.

Un po’ commedia, un po’ dramma, a tratti horror, la pellicola – dal cast di assoluto rilievo (Paola Minaccioni, Margherita Buy, Giuseppe Fiorello, Vittoria Puccini, Andrea Borga e un cameo della grande Anna Proclemer) – è difficilmente incasellabile.

La cifra lirica che la caratterizza è potente e pervasiva: i gesti delicati degli attori, i costumi, le musiche (curate da Pasquale Catalano), l’ambientazione, la luce, lo stesso protagonista nella sua purezza ed ingenuità. La narrazione si estende su diversi piani, diversi livelli, a volte inseriti l’uno dentro l’altro come in un gioco di scatole cinesi (nemmeno tanto figurato se si pensa alla stanza nascosta nella casa del protagonista): c’è la storia della compagnia d’attori, la storia di Pietro, la storia della realtà attuale che lo circonda, le tante piccole storie delle figure che incrociano il suo percorso.

Ognuna di esse acquista valore e significato soltanto grazie all’altra, anche se – in fondo – raccontano tutte della stessa cosa. Ancora una volta, (si pensi a Le fate ignoranti, La finestra di fronte, Mine vaganti), il leitmotiv che ritorna nell'opera di Özpetek è quell’ossessione per ciò che si vede e ciò che non si vede, che qui sublima – strizzando l’occhio al pirandelliano Sei personaggi in cerca d’autore – nella dicotomia realtà/finzione. Si è proprio sicuri che ciò che si vede sia la realtà? La questione coinvolge in primis i fantasmi visti da Pietro (tra i quali possiamo far rientrare anche il ragazzo di cui è maniacalmente innamorato nella parte iniziale del film) ma anche ciò che si nasconde dietro ai provocanti travestimenti delle trans, dietro all’apparente sicurezza e spensieratezza della cugina, dietro alla grandezza dell’attrice sopravvissuta.

È il “vedere” stesso ad essere messo in discussione, il dato percettivo base medesima del cinema: c’è sempre qualcosa che ostacola o che si frappone alla visione diretta dei protagonisti e dello spettatore (i numerosi specchi, la porta dal vetro opaco che dà sul salone della casa, il monitor attraverso cui i selezionatori casting osservano Pietro, i vetri del tram, l’ombra, il buio così cupo “che ci si vede solo con le dita” – come afferma uno dei personaggi.)

“Non si vede ciò che non si vuole vedere” sembra suggerire il regista. Il fallimento, la debolezza, la diversità, la straordinarietà, sono allontanati e nascosti dalla società (dei vincenti) ora in uno sgabuzzino, ora in un ospedale, ora in un laboratorio sotterraneo di cappelli. Non c’è riscatto per loro (per lo meno in questo mondo). Semmai ci andasse di fare un giro nell’altro, la parola d’ordine – si ricorda – è “finzione”, amara consolazione.

"La menzogna alle volte può essere convincente, la realtà lo è molto di più" ripete Pietro. Come turba, a volte la poesia. Quella di Özpetek è una leggerezza che sa scuotere prepotentemente.

Pietro (Elio Germano), in una scena del film.
 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Regia: Ferzan Özpetek

Interpreti: Elio Germano, Margherita Buy, Beppe Fiorello, Vittoria Puccini, Daniele Pecci

Origine: Italia, 2012

Distribuzione: 01 Distribution

Durata: 104'

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Le Arene estive di Cinema a Roma

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