Mainstream, di Gia Coppola

Gia Coppola potrebbe quasi rivelarsi la più godardiana di casa con un secondo film che per un’intera ora e più esplode letteralmente di linguaggio da post-verità filtrata youtube e di pixelart applicata alla narrazione pop-cinefila di famiglia e contesto generazionale di riferimento (insomma non solo Sofia e Roman ma anche Jonze e Gondry, d’altronde alla fotografia c’è Autumn Durald Arkapaw che è fida dop proprio dell’ultimo Jonze “da piattaforma”), con tanto di raddoppio continuo sul corpo principale dell’esercizio, quella Maya Hawke smaliziatissima protagonista di stories e performance su Instagram, qui obiettivamente giustissima. Poi però il gioco preferisce risolversi in pamphlet invece che in smaterializzazione definitiva nel frammento, e così finisce per rischiare di autodisinnescarsi in una tirata tra Lumet (Quinto Potere…) e Forman, con Andrew Garfield all’inseguimento esplicito dell’Andy Kaufman di Man on the moon.

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Abbiamo bisogno di uno schermo più grande, sembra dire Gia, classe 1987, dopo aver fatto esondare l’ascesa al divismo social dello youtuber/santone No-One-Special su qualunque monitor possibile: ma l’approdo allo show (appunto…) mainstream non raggiunge mai la gittata delle intuizioni migliori del film, affidate invece a questa storia d’amore pulviscolare tra Frankie, barista a Hollywood con il sogno di diventare filmmaker, e Link, eccentrico provocatore dai mille travestimenti che pare vivere alla giornata ed essere sbucato dal nulla tra i marciapiedi, i mall e i tetti della città. I due daranno vita alla formula e al personaggio di No-One-Special, profeta del web che invita a scegliere tra “il nostro telefono o la nostra dignità”, destinato ad un torrenziale successo di views, anche grazie al supporto dell’irresistibile manager Jason Schwartzman.

Com’è facile intuire, il personaggio di Andrew Garfield nasconde un lato oscuro autodistruttivo e tossico, e un passato burrascoso: ma molto più della parabola scoperta su fama e schizofrenia dei trend topics su internet, a funzionare nel film è l’evanescenza sospesa dell’innamoramento tra i due (e relativo risveglio dal sogno lungo un giorno, un disincanto però quasi scorsesiano), vissuto senza soluzione di continuità tra giorno e notte, fughe dalla realtà e bruschi ritorni nella desolazione del sottobosco hollywoodiano di spettacolini scalcinati in caffé semi-deserti, e improbabili influencer agghindati come freaks. Nel bel mezzo di una delle sequenze più rappresentative, con il flash mob al cimitero in cui Link chiede ai presenti di abbandonare il proprio smartphone sulle lapidi e con il monitor interamente bianco, Frankie/Maya fa un brindisi alla tomba del padre, morto in un incidente d’auto che ha lasciato una cicatrice sul volto della ragazza, e spunta così il fantasma di Gian-Carlo Coppola, padre di Gia deceduto in circostanze simili (ricordate la confessione di Twixt?). La disarmante sincerità della sua autrice, e del suo alter ego sullo schermo, rende così giustizia ad un film che solo per un attimo abbiamo sognato toccasse quella vertigine dell’accumulo della nostra narrazione contemporanea affidata a bacheche e algoritmi: sarebbe potuto verosimilmente essere il titolo più importante e cruciale di Venezia 77…

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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LE BORSE DI STUDIO PER CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING DELLA SCUOLA SENTIERI SELVAGGI

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Il voto dei lettori
4 (1 voto)

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