MANGA/ANIME – Devilman Crybaby

A più di quarant’anni dalla sua pubblicazione, il “Devilman” di Go Nagai resta un manga capace di generare molteplici filiazioni e, con esse, numerosi punti di vista sulle tematiche della storia e sui modi in cui la stessa può essere fruita. Alle prime trasposizioni animate, quelle televisive e le altre per il mercato video, realizzate sotto l’egida di Kazuo Komatsubara, storico character designer che aveva imposto un tratto “corposo” ed elegante, molto distante dal dinamismo rozzo delle tavole nagaiane, si contrappone ora la serie Devilman Crybaby. 10 puntate, dirette da Masaaki Yuasa, autore cult di lungometraggi come The Night Is Short Walk on Girl e Lu Over the Wall, che si sono distinti per l’approccio visivo radicale e aperto alle sperimentazioni. Lo stesso che caratterizza la nuova serie, la cui uscita è stata accompagnata da molte critiche da parte dei tradizionalisti cultori del “canone” di Komatsubara.

In realtà un’opera come Devilman Crybaby è anche di più: distribuita attraverso Netflix è un successo destinato a rendere l’azienda sempre più centrale nella fruizione degli anime – così come il Daredevil della Marvel ha fatto con le serie live action dei supereroi – e rappresenta la prima trasposizione completa della storia, fedele nei passaggi principali, ma con le doverose sterzate del caso. La sinossi è dunque nota: il giovane e timido adolescente Akira Fudo viene informato dall’amico d’infanzia Ryo Asuka dell’esistenza dei demoni, esseri abominevoli che possono impadronirsi degli umani trasformandoli e corrompendoli. Akira riesce però a completare la fusione preservando il suo cuore e diventa così un Devilman, dotato di poteri che può mettere al servizio degli uomini. L’impresa si rivela comunque complessa, dato il suo forte coinvolgimento personale con l’amica Miki Makimura, figlia della famiglia che lo ospita. E poi c’è la natura debole e duale degli esseri umani, che una volta scoperto il pericolo che li minaccia, instaureranno un clima di paranoia destinato a traghettare il mondo verso l’Apocalisse, più di quanto non saranno capaci di fare i demoni stessi.

Partendo dall’assunto nagaiano, la serie di Yuasa ne elabora gli spunti, affrontando la parabola mistico-esistenziale del modello in una chiave più intima e vicina alla contemporaneità dei millennials. L’autore sembra comprendere quanto il racconto si presti a un’indagine sul senso di smarrimento di una generazione sempre più stretta fra il rispetto delle convenzioni sociali nipponiche e i modelli esteri. La realtà di Akira e Miki è in questo senso assolutamente indefinita: i genitori del ragazzo sono dediti al lavoro, si sono trasferiti all’estero, e hanno affidato il figlio ai Makimura, ritratti come una coppia giovane e abbastanza aperta mentalmente, ma pure profondamente religiosa. Miki tenta di realizzarsi nello sport, distinguendosi come un’ottima atleta e proponendosi così quale modello femminile emancipato, rispetto a un Akira più dimesso e afflitto dalla sua timidezza. Il corollario dei compagni vede spiccare Miko, costretta a cambiare il nome per distinguersi dalla campionessa e rivale (anche lei si chiama Miki, infatti); e poi ci sono gli altri ragazzi che sfogano il loro senso di insoddisfazione attraverso la musica rap, quasi una specie di coro greco che commenta le vicende.

Il rapporto con i mass-media e la rappresentazione è in effetti centrale nel racconto, tra giornalisti affamati di scoop, programmi televisivi che manipolano le coscienze e la competizione sportiva che crea idoli e icone, trasformandone letteralmente l’identità con la stessa facilità dei poteri demoniaci: Akira, non a caso, passa da personaggio di sfondo a idolo delle compagne una volta subita la fusione, e riversa molte sue energie nella corsa. In un simile scenario i demoni diventano quindi una metafora portatrice di un istinto allo stesso tempo nichilista e liberatorio, e i sabba con cui vengono evocati assumono non a caso il ruolo di autentici rave party.

Forte del dinamismo tipico delle produzioni Aniplex (pensiamo a Gurren Lagaan), Devilman Crybaby gioca quindi la sua indagine sui corpi dei protagonisti, attraverso lo stile che ne distorce le forme, cercando quasi un punto di contatto fra l’indefinitezza materiale degli umani e i design proteiformi dei demoni, che scompongono sagome e carni trasformando ogni cosa nel suo contrario. Yuasa dimostra uno stile peculiare, sperimentale nell’uso psichedelico del colore e vicino a certa scuola indipendente americana nella capacità di trasfigurare i sentimenti nell’ostico design dei protagonisti (pensiamo a serie come Beavis & Butt-Head). Ma, allo stesso tempo, lo sguardo registico mantiene centrali le pulsioni carnali che lasciano emergere una perenne tensione sessuale fra i personaggi, in un gioco di desideri e esitazioni che esaltano il dualismo fra umanità e perversione. Ma anche tra il controllo imposto delle convenzioni e la voglia di liberazione e sovvertimento degli ordini precostituiti, e fra le naturali mutazioni fisiche all’approdo dell’adolescenza e la perdita del sé conseguente la fusione con i demoni.

Le lacrime del demone diventano così il terreno su cui si consuma il dramma dato da questo dualismo insito fra il nuovo ordine e il mantenimento della propria identità: Devilman piange perché soffre del dolore provocato tanto dalla guerra quanto dalla stupidità umana. Ma piangono anche i demoni, che si rivelano inaspettatamente capaci d’amare, quanto di ricordare la loro umanità quando si sono fusi con gli uomini, e provano orrore per ciò che sono diventati. La natura “di mezzo” della generazione protagonista di questo mondo si riverbera così in tutti i passaggi del doloroso processo di mutazione portato avanti dalla storia, colpendo con passaggi duri e strazianti – quasi insostenibile quello che coinvolge la morte della famiglia di Miki.

Yuasa e lo sceneggiatore Ichiro Okouchi – che di sovvertimenti se ne intende, come ha dimostrato nella saga di Code Geasshanno perciò il merito di aver dimostrato l’attualità di una storia ormai classica, dandole una dimensione più moderna, sebbene all’interno di una struttura figlia di una formulazione abbastanza schematica nella maggior parte delle dieci puntate: a una prima parte più ragionata si alterna così quasi sempre una seconda dove interviene l’azione e i poteri di Devilman si scatenano, esaltati dallo splendido ed epico score di Kensuke Ushio. Quasi che si volesse ricordare l’imprinting generale impresso dalla storica serie tv, cui i protagonisti effettivamente assistono in un divertito esempio di meta-narrazione. Devilman Crybaby in questo senso ha l’ambizione di porsi non soltanto come una trasposizione completa e più moderna del manga di Nagai, ma anche come una sintesi tra tutte le versioni già note della storia. Un’opera mutante e in equilibrio fra opposti, al pari dei suoi personaggi.

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