MANGA/ANIME – Si sente il mare

Lontano dai riflettori a volte si sperimentano le soluzioni più inattese: così accade quando lo Studio Ghibli decide di abbandonare temporaneamente l’approdo nelle sale cinematografiche per imbarcarsi nell’inedita sfida di un titolo realizzato per la trasmissione televisiva, su TV Asahi. Siamo nel 1993 e il film è Umi ga kikoeru, noto a livello internazionale come Ocean Waves e da qualche giorno disponibile anche nella versione italiana di Lucky Red con un titolo, Si sente il mare, che traduce fedelmente l’originale nipponico.

Le scelte compiute in fase di produzione appaiono infatti molto coraggiose perché discontinue rispetto al percorso tenuto dallo Studio fino a quel momento (e anche oltre): per la prima volta non sono coinvolti in alcun modo i numi tutelari Hayao Miyazaki e Isao Takahata e la lavorazione viene affidata a uno staff i cui membri hanno meno di quarant’anni, tanto che alcune delle forze impiegate provengono dall’esterno (parte dell’animazione è realizzata anche da altri studi come MadHouse). A dirigere c’è Tomomi Mochizuki, che ha in curriculum serie come L’incantevole Creamy, Orange Road e Cara dolce Kyoko mentre la storia prende le mosse da un romanzo best-seller della scrittrice Saeko Himuro, che permette una maggiore sensibilità nel tratteggio dei caratteri femminili.

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Si sente il mare si dipana a partire dal fugace incontro tra due ex compagni di scuola, Taku Morisaku, ragazzo di provincia animato da un proverbiale buon senso, e Rikako Muto, ragazza di città dal carattere più difficile. Dopo aver intravisto l’amica sulla banchina della stazione, Taku ripensa al loro primo incontro, negli anni della scuola, quando la nuova studentessa aveva portato scompiglio nella vita del giudizioso ragazzo, con i suoi repentini cambi d’umore, in una dinamica di ricerca e respingimento che non aveva mai permesso il reale sbocciare di un sentimento fra i due, ma allo stesso tempo aveva dato vita a un legame che ha resistito alla prova del tempo.

sisenteilmare2Sfruttando l’esperienza acquisita sulle serie a tema sentimentale, Mochizuki regala un ritratto in grado di colpire per la sincerità con cui ritrae gli ondivaghi sbalzi emotivi nella turbolenta età adolescenziale: la dinamica che avvicina e separa Taku e Rikako è infatti realistica perché straniante e apparentemente non basata su un classico meccanismo da soap-opera, ma piuttosto attenta ad afferrare l’enfasi dei singoli momenti. Lo fa attraverso toni spesso più accesi che in altri Ghibli, con la timidezza di Taku contrapposta alla vivacità di Rikako, che a volte confluisce in improvvisi pianti, commenti salaci, o sonori ceffoni. Il tutto in una cornice attenta alla spontaneità dei gesti quotidiani, dove il piccolo dettaglio è poi sublimato dalla narrazione in flashback, che diventa naturale momento di riflessione in cui l’adolescenza viene poi rivista attraverso la lente dell’età adulta – un particolare che accomuna Si sente il mare al più celebre Pioggia di ricordi.

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Il regista divide l’azione in brevi sipari, dove l’andirivieni tra passato e presente è demarcata dall’anomala soluzione di continuità che vede i flashback aperti e chiusi da un restringimento delle inquadrature. Per il resto si lavora sottilmente sulle differenze e le contrapposizioni fra i “mondi” rappresentati dai protagonisti: nel panorama apparentemente uniformato della tipica scuola giapponese, sisenteilmarebrdemergono dunque progressivamente le distanze che separano una ragazza di città con una situazione familiare travagliata (i genitori di Rikako sono divorziati) da un giovane legato ai genitori e chiaramente meno preparato alla realtà nelle sue forme più complesse. Le distanze sono fisiche, esperienziali e anche sonore, attraverso la diversità degli accenti, che rende Rikako aliena eppure forse più sensibile agli stimoli del mondo, mentre l’azione si triangola fra l’isola di Shikoku, le Hawaii e la capitale Tokyo.

La destinazione televisiva del film non implica un necessario abbassarsi degli standard qualitativi ghibliani: l’animazione, sebbene meno rifinita nei dettagli dei volti o degli sfondi, riesce in ogni caso a mantenere l’uniformità stilistica tipica dello Studio, grazie a una lavorazione accurata che portò allo sforamento di tempi e budget – e alla conseguente scelta di non proseguire sulla strada del piccolo schermo. Anche per questo, Si sente il mare resta un’esperienza peculiare, che nella sua apparente natura “minore”, riesce a donare una forma inedita al classico racconto di formazione giovanile e alle tipiche storie d’amore nipponiche, basate sull’ellissi e sull’introversione dei personaggi. Si resta perciò affascinati dalla vitalità che il racconto è in grado di esprimere, in modo comunque discreto ma puntuale.