Manhattan, di Woody Allen

Dichiarazione d’amore per New York con lo splendido bianco e nero di Gordon Willis che regala alla metropoli un’aura mitologica. Da oggi in sala nella versione restaurata della Cineteca di Bologna

Va bene, dunque, perché vale la pena di vivere? Ecco un’ottima domanda. Uhm. Beh, esistono al mondo alcune cose, credo, per cui valga la pena di vivere. E cosa? Okay. Per me… ehm, io direi… per Groucho Marx tanto per dirne una, mhmmmm, e Willie Mays e… il secondo movimento della sinfonia Jupiter… Louis Armstrong, l’incisione “Potatohead Blues”… i film svedesi naturalmente… “L’educazione sentimentale” di Flaubert, Marlon Brando, Frank Sinatra, quelle incredibili… mele e pere di Cézanne, i granchi da Sam Wo, il viso di Tracy…” Woody Allen Manhattan

Adorava il film Manhattan, lo avrebbe sicuramente considerato tra le 20 opere da salvare del XX secolo. No, non posso iniziare così la recensione, troppo coinvolgimento passionale, empatia cinefila. Adorava il film Manhattan, lo riteneva una perfetta metafora della decadenza della società occidentale…no neanche così, sembra un sermone vetero-testamentario… Adorava il film Manhattan perché era un perfetto equilibrio tra la comicità yiddish del primo Woody Allen e quell’afflato tragico che era prepotentemente affiorato in Interiors: un po’ come mettere insieme Groucho Marx e Bergman, Chaplin e Fellini in una splendida orchestrazione in cui la narrazione procede per un sintagma a graffa con focalizzazione zero… Stop. Stop. No, ma come scrivo? Anche questo incipit è troppo auto-referenziale, presuntuoso, incomprensibile. Allora vediamo….Ecco, ci siamo: Manhattan era il suo film e lo sarebbe sempre stato…

manhattan woody allen mariel hemingway

Per chi ha sempre criticato Woody Allen accusandolo di non fare vero cinema affidandosi esclusivamente alla brillantezza dei dialoghi, Manhattan è sicuramente una clamorosa smentita. Iniziando dallo splendido bianco e nero di Gordon Willis che regala alla grande metropoli di fine anni 70 un’aura mitologica, trasportandola fuori dal tempo e regalandola a futura memoria per le generazioni che verranno. Continuando con il sapiente uso delle musiche di George Gershwin che si ammantano di un originale aspetto sinestesico: ascoltando le note appaiano per riflesso pavloviano tutti i luoghi simbolo di New York: lo skyline, il ponte di Brooklyn, la 5° Strada, lo stadio degli Yankee, il Radio City Music Hall, il Guggenheim, Central Park, i teatri di Broadway, i fuochi d’artificio del 4 di luglio, tutte le fantasmagoriche luci di una città che “non dorme mai”. Ma è la particolare abilità nella messa in scena che diviene un valore aggiunto: la scelta del wide-screen elimina la verticalità e regala una visione a campo lungo in cui possono coesistere zone d’ombra e altre più illuminate come nella iconica scena della panchina sul ponte Queensboro.

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manhattanNelle riprese degli interni Allen si affida spesso al piano sequenza con lenti carrelli all’indietro, lasciando i personaggi dialogare fuori dall’inquadratura con un effetto paradossalmente molto vicino alla grammatica filmica godardiana; in altre scene è più evidente l’effetto “decadrage” con i personaggi al limite esterno del campo di ripresa a sottolineare la loro marginalità e decentramento. L’unità di misura del montaggio è lo stacco netto, e questo spesso va in assonanza con il ritmo “staccato” della musica di Gershwin. Altro trademark alleniano sono i pedinamenti frontali e le carrellate laterali che seguono i protagonisti dialogare sui massimi sistemi per le strade cittadine, tra i rumori sovrastanti del traffico. Manhattan non è solo una dichiarazione di smisurato affetto di un regista per la sua città, ma anche una tormentata storia d’ amore tra un immaturo autore televisivo quarantaduenne (Ike – Woody Allen) e una diciassettenne (Tracy – Mariel Hemingway) in procinto per partire per Londra per entrare nel mondo degli adulti. La loro relazione è messa in pericolo dall’irruzione della nevrotica giornalista Mary (Diane Keaton) che tende a complicarsi la vita con rapporti a breve termine. Allen riesce a tirar fuori il meglio delle due attrici: da incorniciare la scena al Planetarium (un omaggio a Gioventù bruciata di Nick Ray) con Diane Keaton che tenta di sedurre Woody sotto l’anello perturbante di Saturno e davvero monumentale quella di Mariel Hemingway nel finale del film, in uno scambio di battute che diventa scambio di ruoli.

manhattan keaton allenNel frattempo Woody Allen infila la solita serie di “one liner” irresistibili (una su tutte: “Sei così bella che stento a tenere gli occhi sul tassametro!”) e dà due-tre stoccate al mondo vacuo e volgare della televisione, alla alta borghesia newyorkese WASP intrappolata nei riti dei parties e delle esibizioni mondane, agli intellettuali auto-compiaciuti della propria erudizione che straparlano di Bergman e Mozart, alla istituzione familiare dilaniata da gelosie e tradimenti. Da semplice romantic comedy sulla crisi identitaria di un intellettuale di mezza età alle prese con la propria fragilità sentimentale, Manhattan diventa specchio di una umanità confusa, sbandata che ha già fatto passare il meglio della propria esistenza senza riuscire a trattenerlo dentro di sé. La grandezza del film, che raggiungerà giustamente col tempo lo statuto di “classico”, sta proprio nell’avere denudato in anticipo la maschera clownesca di una generazione profondamente triste, cinica e così disillusa da non avere più “fiducia nella gente”. Manhattan, nella perfetta fusione di musica ed immagini, nello splendido canto-controcanto di luci e di ombre, di riso e di pianto, conferma la famosa frase di Gerard Genette: “ Il comico è il tragico visto di spalle”.

 

Titolo originale: id.

Regia: Woody Allen

Interpreti: Woody Allen, Diane Keaton, Mariel Hemingway, Meryl Streep, Michael Murphy

Distribuzione: Il Cinema Ritrovato – Cineteca di Bologna

Durata: 96′

Origine: Usa 1979

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