Marana, di Giovanni Benini e Davide Provolo

In concorso al 45esimo Laceno d’Oro, il documentario degli esordienti Benini e Provolo racconta lo spettro autistico attraverso la quotidianità dei ragazzi di Villa Santa Rita. Su MyMovies

Gli esordienti Benini e Provolo raccontano con attenzione e sensibilità la quotidianità di un gruppo di ragazzi affetti da disturbi dello spettro autistico, ospitati nella struttura di Villa Santa Rita, sulle Prealpi vicentine. Un racconto che si muove in una dimensione a-spaziale e a-temporale, dove le giornate scorrono sempre uguali, lontani dalla città. Una storia di isolamento e incontro, impossibilità di comunicare e ipotesi di dialogo, con la musica a fare da comune denominatore come forma espressiva per chi non riesce a farlo in altro modo. Chi ascolta il rap dal cellulare, chi sceglie il proprio nome d’arte ispirandosi a Justin Bieber, intonando con voce rotta e sofferente note malinconiche, chi esprime la propria gioia farfugliando un motivetto o facendo risuonare un giocattolo per bambini. La musica elettronica diventa strumento di interazione tra i ragazzi, punto di contatto tra il mondo esterno e un’interiorità soffocata.

Marana è un documentario di contatti e scambi, umani e fisici: dove non arrivano le parole, intervengono i gesti, gli abbracci, le carezze, le mani tese, i baci. Max e Mirko si incontrano in una foresta, che dà il titolo al primo capitolo del documentario, la esplorano e si esplorano, lanciandosi in giochi di lotta e conversazioni intime: la famiglia, il futuro, i desideri. Insieme a loro, a Villa Santa Rita, incontriamo Federico, Giorgia, Lorenzo. Il documentario vive in un tempo incantato, un potenziale divenire che non si tramuta mai in atto, in cambiamento. Fermi immagine che trattengono comuni attimi di quotidianità. Che per i ragazzi di Marana equivalgono ad una vita intera. Ecco allora che fissare significa rendere visibile, togliere dal flusso del tempo e dal deterioramento della memoria. Marana è un racconto di luoghi e vite sospese, dove immaginazione e desiderio creano infinite traiettorie di possibilità, le stesse che una realtà inceppata come quella dello spettro autistico sembra non poter offrire. Allo stesso tempo però non risparmia i lividi, la fatica e la frustrazione. Eppure bastano poche scene ad incanalare quel profondo senso di liberazione di una parola senza forma che trova compimento nei movimenti del corpo. Le inquadrature si stringono sui visi dei ragazzi, sempre al centro della scena, in uno scambio giocoso con la macchina da presa. Nella realtà, come nella narrazione, gioca un ruolo anche la connessione con l’ambiente circostante: il boschetto che apre il documentario, la casa in cui vivono i ragazzi, il mare e la spiaggia del capitolo finale. L’esplorazione del mondo esterno fa da scenario all’esplorazione di sé e dell’altro, attraverso il gioco, il tatto, le parole, spesso incerte, abbozzate o incomprensibili, tramite di individualità ed esperienze.

Una ricerca pura e genuina, ripresa con tenerezza, che lascia emergere il desiderio di intimità e la voglia di contatto che oltrepassa e annulla ogni difficoltà di comunicazione. In tempi di lontananza forzata, Marana amplifica le voci ingabbiate dall’autismo dei ragazzi di Villa Santa Rita, riportandoci all’essenzialità delle relazioni, al calore dei gesti d’affetto che diventano forma d’espressione cristallina.

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BORSE DI STUDIO IN SCENEGGIATURA, CRITICA, FILMMAKING – SCUOLA DI CINEMA SENTIERI SELVAGGI


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