Mark Ruffalo. Orme nella neve

Mark Ruffalo. Orme nella neveFumerebbe una sigaretta nel parcheggio, socchiudendo gli occhi di fronte alla luce ghiacciata dello spaccio che ingoia i passeggeri durante i venti minuti di intervallo di una notte molto fredda. Forse sta pensando al figlio di un vicino, il braccio incastrato nella falciatrice, forse solo a una birra gelata una volta arrivato a casa. Forse una di troppo. Poi scaccia le voci e i fantasmi di oltre quarant'anni di vita, comunque la si veda, una bella somma, schiacciandoli insieme al filtro sotto lo scarpone da cacciatore.


 

Oppure, sarebbe quel tizio gentile seduto in una lavanderia a gettoni, capace di comprendere più di quanto gli viene detto. Deve averlo pensato anche Isabel Coixet, che lo ha visto così, come l'unico sconosciuto capace di scortare Sarah Polley nei suoi ultimi giorni segreti in La mia vita senza me (2003).

Tra i primi a credere in lui, e a tirarlo fuori dal bar in cui lavorava, è stato Kenneth Lonergan, che lo ha diretto in You Can Count on Me (1999) poi nello straordinario Margaret (2011) come un semplice autista (appunto) newyorchese che lungo quelli che sono tra i 150 minuti più stratificati e intelligenti degli ultimi dieci anni, assume, come altri personaggi secondari, la statura enorme e minuscola degli uomini di Russell Banks, o più indietro, Dostoevskij.
 

Manca Signs (2002) con M. Night Shyamalan, dove viene sostituito da Joaquin Phoenix, per un grave problema di salute.

Ma  il tempo, come accade per molti volti, gli ha dato spessore, le tempie grigie, contribuendo forse a regalargli alcuni ruoli da investigatore sgualcito, così come viene inteso nella tradizione hardboiled: non un eroe senza macchia, ma un peccatore inseguito dai demoni, costretto dalla vita a dubitare costantemente di se stesso, esposto al contagio di ogni morbo: così nella malinconica perversione di In the cut (2003) di Jane Campion, dove la sua fisicità è sempre al confine con l'eccesso, poi in Shutter Island (2010) dove, per Martin Scorsese, in una grande interpretazione dimessa, accompagna in una simulazione gotica Di Caprio, collega devastato, nel tentativo di ritrovarlo, amico fedele. E soprattutto nel superbo Zodiac (2007) in cui David Fincher lo porta a giocare una partita a scacchi devastante con il male puro.
 

Mark Ruffalo in In the Cut, di Jane CampionA suo agio nel cinema indipendente, abita commedie amare (We Don't Live Here Anymore, 2004, John Curran) dove indossa convincente quello stato di “adultness” che non è maturità ma disperato tentativo di recuperare terreno, spesso attraverso il sesso; a volte stralunate (The Brothers Bloom, 2008, di Rian Johnson) a volte più dolciastre (I ragazzi stanno bene, 2011, Lisa Cholodenko).

Ultimamente si è improvvisato supereroe (il Bruce Banner di The Avengers, 2012) ma è anche attore drammatico: come in Blindness, 2008: pasticcio di Fernando Meirelles che rende poco onore a un capolavoro di José Saramago, in cui comunque una delle cose migliori è proprio Ruffalo, medico senza cura, impossibilitato ad essere medico di se stesso, cieco pieno di dignità afferrato agli occhi inalterati della moglie Julianne Moore, ma vulnerabile di fronte alla morte e alla sua unica controprova, il contatto con un corpo estraneo.
 

In Eternal Sunshine of the Spotless Mind (2004) Michel Gondry lo vede nella Lacuna Inc. come un tecnico hardware deputato a cancellare i ricordi, personaggio minore che si rivela meno sprovveduto di quel che sembra nel confronto finale con la verità, e lo stesso anno Michael Mann lo vuole in Collateral: un detective FBI (che forse viene dalla strada. Mann sa dare un senso a una collana che spunta da un colletto, i suoi primi piani intensi raccontano una vita non filmata).
 

Mark Ruffalo in Collateral di Michael MannSenza troppi clamori e onestamente, un po' come lungo tutta la sua carriera di attore, debutta alla regia con Sympathy for Delicious (2010, premio della Giuria al Sundance) una storia non banale con protagonista Christopher Thornton, suo amico da vent'anni e attore paralitico, osando un racconto di impossibile redenzione senza cedere al politically correct.

Ora Mark Ruffalo è di nuovo nel gioco degli equivoci – finto sessuali, in realtà sentimentali – in una commedia (Thanks for Sharing di Stuart Blumberg, 2013) e agente speciale FBI (Now You See Me, 2013, di Louis Leterrier). Lo vedremo ancora in Infinitely Polar Bear (2014) di Maya Forbes, dove è padre (e nei lineamenti Ruffalo svela l'imprinting del padre, che qualche volta vorrebbe fuggire) e bipolare, in lotta contro la sua malattia e le medicine che la controllano.

Eppure, qualcuno dovrebbe ricordarsi ancora di riprenderlo all'angolo di un parcheggio, mentre sta per rimettersi alla guida, e getta un ultimo sguardo rivolto a un domani con poche garanzie, a un giorno precedente con molti danni, nell'istante in cui si tuffa nell'unico momento possibile, quello di oggi, con la trasandatezza elegante di qualcuno che una volta ha combattuto, ma oggi sa che lottare si può anche da immobili.