Mark Wahlberg, l'Attore per caso

ownTracce di un attore sempre ai margini che si fa modello.  In Mark Wahlberg non c’è trasformazione. Mai. L’immedesimazione riguarda soggetti camaleontici che non rientrano nelle potenzialità iconiche dell’attore bostoniano. Wahlberg, che in poco più di un decennio (1997-2009) lavora con i più importanti registi americani su piazza (Paul Thomas Anderson, Jonathan Demme nel sottovalutatissimo The Truth About Charlie, Tim Burton, Kirk Wong, Martin Scorsese, M. Night Shyamalan, James Gray, Peter Jackson con il prossimo The Lovely Bones), interviene nel film con la faccia tosta del ragazzo di quartiere prima e la nettezza adulta dell’uomo cattolico padre di famiglia poi. L’autobiografia, filtrata di riflesso, che va dallo psicopatico David di Paura (Fear, 1996) al capitano fragile e “colpito a freddo” Joe Grusinsky in I padroni della notte (We own the Night, 2007) di James Gray, figlio perbene che non riuscirà ad agire relegando il gesto della vendetta del padre al fratello Bobby, è quindi messa nero su bianco, senza l’ossessiva ricerca del Mito. Un percorso di redenzione che è scritto nel privato ancora prima di farsi cinema. Nessuna finzione. Nessun trucco. Il teppista galeotto razzista e omofobo, fratello di Donnie Wahlberg icona pop dei ‘New Kids on the Block’, diventa il cantante rap Marky Mark e poi la stella del porno Dirk Diggler in Boogie Nights di P.T. Anderson. Trilogia identitaria sull’illegalità in sé conclusa, che invece (paradossalmente?) diventa il trampolino di lancio di una carriera tangibile e costante, continuamente in bilico tra il passato del ghetto e il percorso borghese di un’accettazione normalizzata, sancita definitivamente dall’illuminante intuito del produttore (I padroni della notte, In Treatment).

Ma non è tutto. Perchè prima degli improbabili esperimenti musicali, dei contratti da modello e dei debutti hollywoodiani,  c'è la "vera" storia, quella degna di un romanzetto di formazione,  del Wahlberg nato nel Massachussets nel 1971, ultimo di nove figli di una famiglia cattolica, che trascorre i primi anni della propria adolescenza tra bande di teppisti, risse, consumo di droghe. Il Wahlberg che viene arrestato appena sedicenne e rimane in carcere per due anni, al termine dei quali decide di rifarsi una vita, come Leo Handler, il protagonista di The Yards (ancora diretto da James Gray), il ruolo probabilmente più personale e sincero tra quelli finora interpretati dall'attore americano. dp.

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La realtà che supera il romanzo. La carriera filmografica che diventa backstage di una Vita, questa sì assoluta e intraducubile. E' forse per questo che l’attore Wahlberg non insegue tanto la celebrazione narcisistica, quanto l’intromissione coatta della particella esterna al meccanismo, spesso mettendosi in secondo piano (il ruolo da coprotagonista nel film di Gray, ne è forse l’esempio più radicale) . Non è un caso che in The Departed Wahlberg sia l’unico corpo resistente al massacro, proprio perché immune alla cancellazione divistica attuata ai danni di Nicholson, Di Caprio , Damon…. Solo il vero uomo del ghetto può prendersi la rivincita sull’immedesimazione marchiata Actor’s Studio  delle facce di Hollywood. L’agente Dignam di Wahlberg ricompare nell’epilogo come il fantasma di un ragazzaccio capitato per caso nel film e proprio per questo sconnesso e memorabile. Wahlberg in The Departed è la talpa del cast. La talpa che sfiora l’Oscar come non protagonista, statica presenza senza scene action, incentrata solo sulla parola e l’insulto, quasi un ritorno al rapper Maky Mark.

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La consacrazione post-scorsesiana raggiunge così – dopo la parentesi quasi stalloniana del thriller politico firmato da Antoine Fuqua Shooter, in cui Wahlberg recupera la disillusione ideologica anni Settanta nella figura di un cecchino antieroe, “cugino” di John Rambo – l’apice di una umile grandezza sottrattiva nei capolavori I padroni della notte di James Gray e E venne il giorno (The Happening, 2008) di M. Night Shyamalan. Il compimento di un progetto attoriale fondato sullo spessore etico di un segno che non è mai eccedente l’immagine ma relegato ai margini del testo, oppure al centro dell’inquadratura nei primi piani di impostazione beckettiana del duo Fujimoto-Shyamalan (“Lasciatemi pensare? Perché nessuno mi dà un secondo per pensare?”). Il professor Elliot Moore non sa risolvere il problema dell’apocalisse, né quello del suo matrimonio con Alma. Il dramma del film arriva dopo un dramma privato che è ancora in divenire, non-concluso, come nell’ultimo – peraltro deludente – Max Payne, dove la vendetta del detective e la sua apocalisse tossica è conseguenza di una tragedia raccontata in flashback. In tal senso i personaggi bo.interpretati da Wahlberg continuano a essere strettamente legati al Dirk Diggler di Boogie Nights, protagonista magnifico senza spessore, spugna incassatrice di vagine e strisce di coca, in balia assoluta di due decenni antitetici (i Settanta e gli Ottanta), che vanno da Carter a Reagan, dall’utopia libertaria alla cupezza reazionaria del doping economico-culturale. Il monolito Wahlberg reagisce al tempo del mondo e a quello del cinema mantenendo fede alla presenza del corpo, attraversa il film e lo subisce. Senza cambiare. Senza trasformazione, appunto. Wahlberg è uno dei pochi attori del cinema contemporaneo che “sopporta” i film, trascinandoli fino alla fine, uno dei pochi – assieme a Di Caprio – che è in grado di reggere l’inquadratura senza aver bisogno del montaggio. I primi piani di Wahlberg resistono sempre (lo straordinario spaesamento di E venne il giorno, che è anche il nostro che vediamo il saggio-bluff di Shyamalan; il volto strafatto di cocaina in Boogie Nights sulle note di Jessie’s Girl, insistito e reiterato, che va dal sorriso alla disperazione). E’ l’Attore “per caso” che fa saltare il banco dell’Accademia. L’autodidatta che distrugge gli schemi precostituiti per rubare l’immagine al mestiere, all’interno di film che – spesso – gli sono superiori. Ovvero la passiva classicità del genio.