"Marley", di Kevin Macdonald

bob marley durante un concertoDalle vertigini delle Ande peruviane di La morte sospesa alle alture iniziali di Marley. Parte proprio dall'alto questo documentario dello scozzese Kevin Macdonald, nipote di Emeric Pressburger (il regista che assieme a Michael Powell ha diretto alcuni capolavori del cinema inglese tra gli anni '40 e i '50 come Scarpette rosse e Narciso nero), come un viaggio nell'ignoto profondo herzoghiano ma con le vibranti sonorità tra Martin Scorsese e Jonathan Demme, i quali erano stati inizialmente indicati come i registi di questo progetto.

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La vita del re del reggae dalla nascita alla morte, avvenuta l'11 maggio maggio 1981 ad appena 36 anni, in un lavoro esaustivo ricco d'interviste e materiali d'archivio che disegna la parabola artistica di Bob Marley, utilissimo e denso d'informazione senza voler essere mai didattico. Ma in questo lavoro emergono altri dettagli decisivi, primo fra tutti la sua adesione al rastafarianesimo, ma anche il lato privato (11 figli da 7 donne diverse) e l'ombra della figura del padre.

Primo aspetto. Macdonald per certi aspetti gioca sul sicuro, con il film autorizzato dalla vedova Rita e dal figlio Ziggy. Ma il mito non è mai lontano, anzi si tocca con mano e in qualche modo è come se Macdonald si chiedesse come sarebbe stata la figura di Bob Marley nell'era di youtube (è del regista infatti l'inedito Life in a Day che riuniva/selezionava i filmati di migliaia di persone girati nella giornata del 24 luglio 2010). La sua voce, la sua musica, le sue frasi (la contrapposizione con il giornalista su 'cosa significa essere ricco') infatti oltrepassano il film, la rappresentazione, lo schermo e arrivano dirette. Come se ci fossero migliaia, infinite fonti sonore in tutto il mondo. Come Life in a Day anche Marley procede per infinita moltiplicazione. Meno visibile, più immaginaria, ma appare e resta ancora di più di tutte le persone che oggi lo ricordano.

Secondo aspetto. Macdonald fa riemergere Marley dall'archivio ma riesce nel miracolo di mostrarlo come se fosse ancora vivo. Se non si trattasse di immagini di repertorio, queste interviste danno l'idea di essere realizzate lì, sul momento, pronte per un progetto di documentario biografico.
 

marleyTerzo aspetto. Quando l'amore brucia l'anima. Non è un film-concerto eppure si sentono tutti i brividi del palco, tutti i movimenti del pubblico, ed un'interazione, un'energia tra lo spettatore e l'esibizione con fiammate improvvise come la versione gospel di No Woman No Cry con Peter Tosh al piano.

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Quarto aspetto. Non c'è solo il regista, non c'è solo il documentarista, ma c'è proprio l'impeto di un grande giornalista d'inchiesta in Marley. Macdonald sembra agire come Cal McCaffrey/Russel Crowe del suo State of Play. Dove non c'è solo la notizia e l'informazione ma anche il cuore su come scriverla, quindi filmarla, quindi mostrarla.

Ultimo aspetto. Senza rivelare il finale, bastano le immagini sui titoli di coda. Dopo il pudore con cui è stata ricordata la malattia di Marley, come se si stesse lì vicino a lui in quel momento, risuonano le sue canzoni nel tempo, con la sua icona che si è formata come se fosse un normale processo della natura. Altro miracolo.

Titolo originale: id.

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Regia: Kevin Macdonald

Distribuzione: Lucky Red

Durata: 140'

Origine: Usa/Gran Bretagna, 2011

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