Massimo Troisi. Il cinema dei sentimenti (1° parte)

Poteva sembrare strano pensare – negli anni ’80 (e forse ancora oggi) – a Massimo Troisi come ad un ‘cineasta’.  La ‘forza’ evidente della sua comicità, del suo corpo comico, del suo essere noto soprattutto in quanto attore, rendeva difficile – persino allo stesso Troisi – pensarlo, immaginarlo, considerarlo come un ‘vero’ regista cinematografico.

Abbagliati un po’ tutti dalla sua straordinaria verve comica, nessuno (o quasi…) era riuscito a vedere che ‘grande’ facitore di cinema era: sceneggiatore, innanzitutto; Troisi infatti nasceva come scrittore di teatro, non era quindi solo la “macchietta” comica del trio della Smorfia (con Lello Arena ed Enzo Decaro, provenienti dal cabaret che vennero lanciati al grande pubblico grazie alle trasmissioni televisive Non stop nel 1978 e Luna Park nel 1979), lo smilzo in calzamaglia nera dalla battuta esilarante. Autore dei testi del gruppo e precedentemente del mega-gruppo del Centro Teatro Spazio, Troisi ha dunque sempre avuto una ‘passione’ per la scrittura, per il testo da interpretare, per le battute, i personaggi, le storie ecc. Poi regista, infine produttore (e, negli ultimi anni della sua vita, anche di film non ‘suoi’), oltre che, naturalmente, attore.

In questa sua poliedricità, che non ha assolutamente nulla di megalomane (anzi!), Troisi ha rappresentato nel corso degli anni ’80 un caso davvero unico: amato dal pubblico, che ha decretato per i suoi film sempre dei grossi successi, snobbato, quando non stroncato dalla critica, sempre pronta a leggerne le insufficienze registiche, dalle povertà della messa in scena, alle ‘fissità’ della macchina da presa, passando per una presunta incapacità di ‘legare’ le storie e lavorare a fondo con i personaggi. Il tutto poi alla ricerca ‘forzata’ di ritrovare la freschezza e la comicità di quell’esordio, tra i più clamorosi dell’intero cinema italiano, che era stato Ricomincio da tre (il film incassò 12.700.000.000 nella stagione 1980/81).

Peccato che anche quel film all’inizio non piacque alla critica, e fu solo dopo lo straordinario successo di pubblico che venne ‘notato’ e – spesso ipocritamente e comunque tardivamente – apprezzato.

Lui – forte del suo successo – riuscì anche a ‘fregarsene’ della critica, magari facendo anche delle battute ironiche sul ‘noto critico napoletano’ che puntualmente stroncava i suoi film (il critico de Il Mattino di Napoli). Ma la critica italiana, continuando a vedere il suo cinema con i paraocchi della ‘Cultura’ o della ‘Cinefilia’, non riusciva a capire – persa dietro le ‘carinerie’ del Giovane Cinema Italiano – che avevamo in casa un gran cineasta. E questo almeno per due motivi. Intanto perché Troisi non era un cinefilo, “Il cinema non è la cosa più importante della mia vita” disse in diverse occasioni, e questo lo rendeva apparentemente “innocuo” e ‘lontano’ a tutti i ‘malati’ di cinema, quelli che popolano i Festival, scrivono su giornali, riviste, insomma l’ambiente degli appassionati.

Impossibile ‘divertirsi’ e appassionarsi per le sue ‘visioni’: Troisi non è Lynch, non è Truffaut, non è De Palma (e né Fellini, Antonioni, Bertolucci…). Il suo non è un cinema di ‘sguardi’; non è l’occhio ad esserne sconvolto (appunto, la visione), bensì lo stomaco e, poco più su, il muscolo dei sentimenti.

In più Troisi è comico, e il riso, si sa, non fa vincere mai i premi…Per cui a fatica si è accettato Lubitsch tra i maestri, ma nessuno ha mai detto che John Landis è stato tra i più grandi registi viventi e Woody Allen è divenuto ‘genio’ solo quando ha smesso i film ‘demenziali’ alla Prendi i soldi e scappa o Bananas, da quando cioè – come disse lo stesso Troisi, che pure lo ammirava – “ha smesso di far ridere”.

Insomma non era un cinéphile ed era un comico: come poteva pretendere di essere un cineasta? E infatti Troisi non lo pretendeva. Siamo di fronte qui al caso di maggiore mancanza di presunzione della ‘storia del cinema’; e al cineasta con il maggior senso (auto)critico che si sia conosciuto, che sosteneva che “non solo non si finisce mai di imparare, ma io devo ancora cominciare…”.

Invece per noi – che non siamo cinefili e adoriamo il comico (e consideriamo Stan Laurel e Jerry Lewis tra i maggiori cineasti del XX° secolo) – Massimo Troisi ha rappresentato in Italia (insieme a Nanni Moretti, che è stato invece molto più abile nel presentarsi come ‘regista’) uno dei pochi che hanno fatto cinema perché avevano qualcosa da dire e da raccontare, che scrivevano storie con il piacere e la sofferenza di farlo, che in ogni film riuscivano a dare qualcosa di ‘nuovo’ (anche se poi lui era così modesto, o forse troppo cosciente dei propri limiti, per cui asseriva che “se ti perdi un film di Troisi non succede niente, te lo puoi vedere tranquillamente tra due anni, oppure te lo puoi perdere e ne vedi un altro…”).

Ma questa storia della sua ‘scarsa’ regia è davvero esagerata, tutti contro Troisi e la sua macchina da presa sempre ferma: ma davvero è solo lì la buona regia? E il senso dell’inquadratura (cioè quello che si vede nel ‘quadro’)? E la cura dei dettagli? E il décor (le scene, gli interni dei suoi film, non faraonici ma ‘precisi’)? E i ‘raccordi’, la scelta dei piani, le entrate, le uscite, la direzione degli attori, ecc…? e poi non ci hanno insegnato proprio Laurel & Hardy che con i comici la migliore regia è nel piano fisso?

 

Il comico dei sentimenti

Il successo di Troisi non nasce a caso agli inizi degli anni ’80. Il suo è stato un lungo tirocinio – effettuato lavorando per il teatro – attraverso le mutazioni socio-antropologiche degli anni Sessanta-Settanta.

Approdando al cinema, Troisi si appropria di quello che costituisce il meglio della tradizione cinematografica italiana: la capacità, cioè, di parlare di cose ‘terribilmente serie’ attraverso la comicità. Era questa la caratteristica “geniale” della migliore “commedia all’italiana”, che seppe rappresentare meglio di ogni altro linguaggio ‘culturale’ o ‘spettacolare’ le trasformazioni dell’Italia, in particolare nell’epoca del boom economico tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60.

Troisi ha fatto però un’operazione di ‘ripulitura’ della commedia così com’era diventata. Intanto eliminando ‘zozzaggini’ e volgarità della ‘commediaccia’ anni ’70; poi ricollocando il tutto nella società italiana post ’77 (cioè, post-ideologie, post-femminismo, con nuovi bisogni, un’ironia-autoironia diffusa, l’affermarsi della soggettività individuale, i nuovi consumi, ecc.). Cioè, come disse Troisi, citando il cantautore Giorgio Gaber, “usando la comicità per dire tutte le cose”, il comico per parlare dei sentimenti, delle cose della vita.

In questo, il ragazzo di San Giorgio a Cremano (in provincia di Napoli, dove era nato il 19 febbraio 1953)  ha operato delle trasformazioni quasi ‘epocali’ modificando il modo di far ridere (e il perché ridere), il modo di aspettarsi la comicità.  Perché si ride con Troisi? Le vecchie motivazioni crollano: egli usa drammi, rapporti, emozioni, sentimenti umani. In ciò manifestando le angosce e le frustrazioni di una generazione post-tutto. Troisi, infatti, viene proprio dopo il ’77, che stravolse non solo le ideologie ma soprattutto il privato di migliaia di giovani, de-ideologizzando tutto, tutto mettendo in discussione.

E in Ricomincio da tre (da lui diretto e interpretato nel 1981, che gli valse un David di Donatello e un Orso d’argento come miglior attore e regista esordiente) vediamo un ‘paradosso culturale’ per il provincialismo italico che in altri tempi avrebbe funzionato da parodia: è la donna che lo ‘rimorchia’, lei che lavora, scrive, lo porta a letto, l’ospita in casa, lo mantiene (?)…I ruoli sono rovesciati del tutto, eppure non è su questo che gioca la comicità. Risiede piuttosto nella capacità/incapacità del ‘nuovo giovane’ di adattarsi a nuove convenzioni, nuovi ruoli sociali. Non è paradossale che sia la donna a ‘condurre il gioco’, bensì che lui non sappia del tutto adeguarsi, essere al passo con le trasformazioni socio-culturali. Non sono i cambiamenti a essere messi alla berlina, piuttosto la difficoltà/incapacità di accettarli. Il Gaetano, protagonista di Ricomincio da tre propone il ‘nuovo’ quando dice “parto, ma non per fare l’emigrante, ma per conoscere, per viaggiare”, lo accetta anche per i vantaggi iniziali del rapporto con Marta, ma si ‘blocca’ nei confronti della gelosia. Ma qui, sulle forme dei sentimenti, sulle convenzioni sociali su cui si basano i nostri rapporti, Troisi inserisce delle frecciatine ‘autocritiche’ anche al sesso femminile: sulla gelosia anche Marta entra in difficoltà (e qui è stata decisiva la presenza nella ‘scrittura’ della sceneggiatrice Anna Pavignano, che finalmente ha saputo restituirci e mostrarci sugli schermi presenze femminili inedite e ‘vive’, non distorte visioni di come, sceneggiatori che erano giovani negli anni ’40/’50, vedevano le donne negli anni ’80).

Certo è che nel 1981 quel film rappresentò una svolta, un punto di passaggio. Come se improvvisamente, grazie al talento comico di questo giovane napoletano, gli anni ’70 fossero definitivamente finiti. Ma non quella versione che oggi ci raccontano, plumbea e violenta, ma gli anni ’70 delle grandi speranze di cambiamento e anche della volontà di modificare il nostro modo di vivere “qui ed ora”, non il giorno della liberazione… In quegli anni chi era giovane sperimentò sul proprio corpo e sul proprio intelletto la rimessa in discussione di categorie morali, emozionali, sessuali, che erano lì ferme da secoli, e che invece non soltanto venivano stravolte da riflessioni intellettuali, ma metabolizzate da comportamenti devianti e alternativi, che nei decenni successivi provocarono dei cambiamenti più ancora antropologici che culturali.

Non era solo il concetto di “potere” politico ad essere messo in discussione (Foucault, che letture appassionanti!), ma anche quello delle relazioni tra le persone, tra i sessi. Il femminismo pose l’uomo di fronte allo specchio, nudo e senza più ipocrisie a sorreggerne il ruolo sociale, cineasti come Fassbinder tracciavano linee del tutto inedite sulle relazioni di classe che permeavano anche le devianze e le relazioni tra persone (etero o gay, poco importava).  La politica insomma era la nostra vita quotidiana, lo schermo oscuro attraverso il quale i nostri corpi entravano in conflitto e in contraddizione con gli altri.

Massimo Troisi metabolizzò queste complesse articolazioni elaborate dai movimenti di quegli anni, facendole tutte entrare nel suo corpo magro e dinoccolato di giovane 27enne, sperimentando attraverso una comicità mai vista prima, fatta di battute fulminanti e dialoghi da “presa diretta”, in totale sintonia con il linguaggio giovanile di quegli anni, talmente dentro il modo di muoversi, parlare, camminare, respirare e amare di allora da diventare immediatamente comprensibile in ogni parte d’Italia, nonostante la scelta (obbligata) di non rinunciare a quel dialetto napoletano del quale sembrava non sapersi (o volere) liberare.

E Ricomincio da tre lo capirono tutti, tranne i produttori cinematografici, forse. Da Milano alla Sicilia milioni di persone lo andarono a vedere e a sbiascicarsi dalle risate, per una volta non vergognandosi di farlo (come accadeva in quegli anni), perché il film era una commedia sentimentale, una buddy comedy, un road movie (Napoli/Firenze…), ma soprattutto l’occasione per mostrare la rimessa in discussione totale del maschio italiano, che Massimo riproduceva con i suoi tic, le sue difficoltà ad accettare non tanto intellettualmente quanto fisicamente i cambiamenti di ruolo che le esuberanze del femminismo di allora richiedeva. E Ricomincio da tre è tutto un gioco folle, a scatti, per quadri sconnessi, dove tutto sembra essere rimesso in discussione: dall’idea di emigrazione, dal concetto di giovane, dai rapporti familiari, dal mito del viaggio, a quello con la religione fino, inevitabilmente, a quello di coppia.  Il Gaetano, protagonista di Ricomincio da tre, porta scritto sul suo corpo il cambiamento antropologico di quegli anni, e segna come un punto di non ritorno culturale, colto in pieno dal Paese (che cambiava i “costumi culturali” come mai nella sua storia) ma, purtroppo, per niente dal cinema italiano. Che infatti in quegli anni ’80 sprofondò in una crisi da cui non si è più ripreso, confondendo questo straordinario poeta dei sentimenti per un comico come gli altri. Massimo Troisi era, appunto, il comico dei sentimenti, perché sapeva cogliere quelle sfumature dolceamare delle nostre relazioni, dei nostri amori scombinati e confusi, di quell’esigenza contemporanea di vivere assieme all’altro ma anche di rifuggirne.

Ma Ricomincio da tre, capolavoro incompreso del nostro cinema (nonostante i premi vinti), aveva un grave difetto: faceva ridere, di più: faceva morire dal ridere. E proprio questo “venire meno della vita”, insito nella risata che ti prende tutto il corpo fino alle convulsioni, spostò la lettura di questo dolorosissimo mèlo, e nessuno dei critici e intellettuali di allora ne colse lo straordinario e potentissimo afflato rivoluzionario, quasi un “ultimo uomo”, come un sequel in chiave comica di quell’Ultima donna di Marco Ferreri, altro genio di quegli anni.  No, Massimo Troisi era solo un comico, non un’incredibile cartina al tornasole dello stato dell’uomo (e delle donne, grazie all’intelligenza artistica di Anna Pavignano) dopo la rivoluzione femminista.

SEGUE LA 2° PARTE