"Master & Commander – Sfida ai confini del mare", di Peter Weir

In una delle ultime sequenze di Fearless, il protagonista Jeff Bridges ritorna col ricordo all'immagine della sciagura aerea in cui è rimasto miracolosamente illeso. Rivede allora il collega che gli sedeva accanto, gli altri passeggeri e uno strano biancore che illuminava i corpi, fino a trasportarli in uno stadio di progressiva rarefazione. E' una luce allora che scava l'epidermide, provocando un passaggio cromatico, una successione visiva, un sussulto oculare. Il cinema di Weir nasce allora da qui: un cambiamento all'interno della materia del set, una trasformazione che ci rende partecipi di un'incursione improvvisa in limbi perduti dove si procede ala dispersione del cinema in zone appunto invisibili. Questo movimento all'interno della materia è il tramite attraverso il quale Weir, dopo cinque anni dalla fine /inizio di The Truman Show, ri/inventa il cinema mancante dello show di Truman, passando dunque da uno sguardo come atrofizzato in un interno colonizzato da milioni di occhi indiscreti, a quello di una nave ottocentesca persa in un qualche mare del mondo. Master & Commander è allora tutto racchiuso all'interno di un cinema che non ricostruisce, ma che inventa, formulando un campionario azzardato ed eccitante di movimenti (quello controllato e autoritario del grande Russell Crowe, quello misurato e scientifico dell'amico medico, e infine quello cameratesco che si respira tra l'equipaggio, simile per certi versi a quello de Gli anni spezzati) in perfetta sincronia, in omaggio alle leggi di un racconto visivo fatto di increspature marine e di sbalzi umorali, nonché di approdi quasi sempre mancati alla terraferma. Il cinema di Weir è liquidità della materia, visceralità di scontri in cui il corpo a corpo (quello spesso ripetuto tra il protagonista Jack e il suo amico, medico di bordo della nave, ma anche quello espresso da una fisicità incontenibile dell'arrembaggio finale,) si impone sempre all'insegna di una dialettica muscolare e trasparente, dove da un lato si rifà il verso al cinema classico (per certi versi il protagonista rimanda all'Hornblower di Walsh e al Capitan Blood di Curtiz), mentre per altri rischia ancora di più nell'esibizione di un cinema segnato su coordinate itineranti senza fine, affidate alla direzione del vento e della marea. In questo modo Weir centra l'asse portante della sua visione atopica proprio nella commistione frenetica dei quattro elementi, in un gioco di rimandi e di esclusioni che bruciano l'intensità del viaggio proprio nel momento dell'arrivo sulla terra, laddove il regista disarticola la realtà prima evocata (il mare, la tempesta) nella percezione di uno spazio vergine (quello delle isole Galapagos), vissuto come nuova esperienza al limite del mondo conosciuto. Ecco allora come il cinema di Master &Commander venga tracciato sullo spazio liminare di uno sguardo improvvisamente annegato nei flutti di un mondo sommerso, una vera e propria atlantide del senso che scopre nuove forme (quelle di animali mai visti, né classificati) e appunta diverse percezioni, in ossequio alla golosità di un occhio che smonta la materia esistente, estraendone fossili e punteggiandone tratti. E nondimeno lanciandosi a capofitto nel cuore burrascoso di un melò (quello sussurrato tra Jack e il mare) disegnato da una seducente fata morgana.


Titolo originale: Master & Commander


Regia: Peter Weir


Sceneggiatura: Peter Weir, John Collee, tratta dal romanzo di Patrick O'Brian


Fotografia: Russell Boyd


Montaggio: Lee Smith


Musiche: Iva Davies, Christopher Gordon


Scenografia: William Sandell


Costumi: Wendy Stites


Interpreti: Russell Crowe (Capitano Jack Aubrey), Paul Bettany (Dott. Stephen Maturin), James D'Arcy (Tom Pullings), Edward Woodall (William Mowett), Chris Larkin (Capitano Howard), Max Pirkis (Blakeney), Jack Randall (Boyle), Max Benitz (Calamy), Lee Ingleby (Hollom)


Produzione: 20th Century Fox, Miramax Films, Universal Samuel Goldwyn Company, Commander Productions Ltd.


Distribuzione: Buena Vista International Italia


Durata: 140'


Origine: USA, 2003