Masterminds – I geni della truffa, di Jared Hess

Il film conferma la focalizzazione sugli anni ’90 come nuovo decennio-chiave per il racconto dell’America portato avanti dalla Hollywood popolare, ma è un’occasione che spreca il cast all stars

L’incipit di Masterminds è forse l’unico reale frammento di film che può riallacciarsi allo sguardo di Jared Hess come lo ricordavamo: delle ambizioni autoriali di uno dei cantori più irregolari dell’orgoglio nerd USA rimane sostanzialmente questo montaggio di funny moments sgranati e sgrammaticati presi da youtube, capitomboli e sfoghi violenti selezionati per fare da contraltare visivo alla voce narrante di Zach Galifianakis.
Ok, potrebbe essere il terzo tassello della recente via della commedia americana ad un racconto delle faglie sotterranee del capitale, come La grande scommessa o Trafficanti, l’espediente formale lo lascerebbe pensare, come anche la storia vera alla base della sceneggiatura (scritta, tra gli altri, anche da Danny McBride), la rapina Loomis Fargo che fruttò nel 1997 ad un gruppo di truffatori improvvisati un bottino di 17 milioni di dollari.

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E però Masterminds sembra recuperare da quei prototipi unicamente la concezione di veicolo per un cast all stars, lasciando poi i propri campioni a giocare tre partite diverse in solitaria, come fossero su tre set davvero lontani tra di loro kilometri, non soltanto i “piccioncini” Kristen Wiig e Galifianakis (che sono divisi anche dal punto di vista narrativo) quanto soprattutto Owen Wilson che sembra davvero provenire da una dimensione altra.
Qualunque potenzialità di affondo viene sistematicamente mancata per inseguire una comicità annacquata ed innocua che finge una scorrettezza di facciata, e l’effetto più evidente della decisione è il depotenziamento di Galifianakis, utilizzato unicamente come corpo catastrofico appesantito dai mille travestimenti che sono chiara traccia di un ruolo pensato in prima battuta per Jim Carrey.
Dal canto suo, Wiig è nel mood romanticamente stralunato messo su per titoli come I sogni segreti di Walter Mitty, ed è probabilmente la vera arma segreta di Hess quando vuole innervare il film di un po’ di reale desolazione e disincanto, ma l’unico attore realmente in palla sembra essere Jason Sudeikis nel ruolo del killer dai mille agguati improbabili, ancora una volta per l’interprete una figura che dimostra una filiazione alla Steve Martin.

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Masterminds conferma da un lato la focalizzazione sugli anni ’90 come nuovo decennio-chiave per il racconto dell’America portato avanti dalla Hollywood popolare, e dall’altro le intuizioni esplosive di un titolo coeniano tra i meno considerati ma che va svelandosi come sempre più angolare, Burn after notice.
E’ però al contempo un’occasione sprecata, e una ennesima dimostrazione dello stallo che vive la generazione presente di commedianti, talmente incastrata dal pensare in grande (il film è zeppo di locations, inseguimenti e gag dispendiose) dall’aver dimenticato il senso reale della battaglia ostinata degli idioti contro il circuito chiuso delle sorveglianze, dei portavalori, delle identità tracciate, dell’integrazione e della riabilitazione impossibili.
Quella consapevolezza abissale nascosta nei volti dei reali protagonisti della truffa di Charlotte, svelati sui titoli di coda, forse l’unico istante di sincera presa di coscienza del film.

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