Material Love, di Celine Song
Dopo Past Lives la regista torna al triangolo amoroso e ai luoghi del reale e del virtuale. anche se scardina alcuni cliché della ro-com non evita il tranello della superficialità
A due anni di distanza dall’acclamato esordio Past Lives, triangolo amoroso la cui fiamma arde malinconica e silenziosa tra le sfumature, i non detti e ciò che il passato senz’altro ha generato nelle vite delle parti coinvolte, Celine Song (la nuova promessa dell’indie statunitense) torna dietro la macchina da presa, firmando regia e sceneggiatura di Material Love. Il titolo che elegge definitivamente i due luoghi dell’amore secondo il cinema di Song, e forse perfino delle nostre vite: scalini e schermi.
Infatti, così come i protagonisti di Past Lives tentano di mantenere in vita un amore giovane e innocente attraverso gli schermi di smartphone, tablet e PC, anche gran parte della vita professionale (e non) di Lucy, protagonista di Material Love, passa attraverso la sfera del virtuale — per poi risolversi inevitabilmente in quella del reale. Nella vita oltre gli avatar, la cui dimensione ideale non è più una chat, bensì una strada, o meglio: degli scalini. Laddove qualcuno, una notte, ha pianto, dicendosi tutto senza però dirsi niente. Questa volta, invece, le parole non mancano. Saranno quelle giuste?
Lucy (Dakota Johnson) è una matchmaker che tenta di sopravvivere al meglio nella giungla spietata di New York. Professionista nel combinare l’amore altrui, si definisce estranea rispetto alle possibilità dell’innamoramento. Però, non appena conosce Harry (Pedro Pascal), un ricco e affascinante scapolo, figlio di una famiglia di finanzieri, quella certezza comincia a vacillare. Contemporaneamente sta tornando nella sua vita una figura che è stata molto importante per lei: il cameriere e attore squattrinato John (Chris Evans), nonché amore mai scordato da Lucy, seppur irrisolto e problematico. Il gioco a tre vive, questa volta, di squilibri, audacia e apparente cinismo. Chi sceglierà Lucy?
A tornare non sono soltanto i due luoghi ideali dell’amore e della vita — al di là della finzione e dell’idillio — bensì una stilistica precisa, personale e profondamente radicata nell’immaginario indie più recente. Che non risponde unicamente ai linguaggi dell’autrice Song, ma anche — e soprattutto — alla fotografia granulosa, retrò e tipicamente autunnale di Shabier Kirchner. Nel mezzo, l’apparente freddezza di un meccanismo capitalistico — e ancora una volta virtuale — che ruota attorno al desiderio dell’amore, alla probabilità di riceverlo (più che di darlo), e così all’incapacità, sempre più diffusa e spaventosa, di farsi altro rispetto al proprio alter ego social. Derivato tanto dalle dating app, quanto dalle piattaforme di uso comune. Lo ricorderà Lucy: “Non stiamo parlando di un’auto o di una casa, ma di persone”.
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Nonostante Material Love sembri tornare dalle parti di un certo cinema rom-com dal ritmo brillante, dolce ed estremamente classico — ripercorrendo, per intenderci, le orme di Rob Reiner, Nora Ephron, P. J. Hogan, Nancy Meyers e Sharon Maguire — l’autrice di Past Lives cela fino all’ultimo un asso nella manica. Perdendo di vista il “cosa sarebbe stato se”, concentrandosi piuttosto sul “cosa potrebbe ancora essere”, ritrovando tra un’inquadratura e l’altra perfino il cinema di Richard Linklater.
La convenzionalità, o addirittura prevedibilità, di Material Love dunque non è altro che l’elegante e puntuale scardinamento di una lunga serie di cliché duri a morire, propri del genere di riferimento. Quand’è che le scelte d’amore maturano realmente, divenendo tali? La risposta è chiara: quando a venir meno non è soltanto la chiacchiera favolistica cui ci siamo lentamente abituati, ma anche il modello irraggiungibile d’un amore ideale — capace di svelarsi poi fragile e calcolato. Material Love, di fronte alla scomodità delle parole, all’imprevedibilità del caos e alla violenza celata nei meccanismi sociali più comuni e sottovalutati, non si tira indietro. Correndo, però, fin troppi rischi. Primo dei quali, il tranello della superficialità.
Titolo originale: Materialists
Regia: Celine Song
Interpreti: Dakota Johnson, Chris Evans, Pedro Pascal, Zoë Winters, Marin Ireland, Dasha Nekrasova, Louisa Jacobson, Eddie Cahill, Sawyer Spielberg, Joseph Lee, John Magaro, Baby Rose
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 116′
Origine: USA, 2025




















