Matrimonio a Long Island, di Robert Smigel

Kenny Lustig (Adam Sandler), padre della sposa, e Kirby Cordice (Chris Rock), padre dello sposo, sono pronti a celebrare le nozze dei rispettivi figli, pur avendo punti di vista e possibilità economiche, totalmente all’opposto. Ma prima del grande giorno c’è un’intera settimana da superare, con l’arrivo dei parenti, le sistemazioni varie, i catering da organizzare e tutti gli annessi e connessi.

Sbarcato su Netflix ad aprile 2018, Matrimonio a Long Island (in originale The Week Of) si prende tutto il tempo che gli serve per descriverci, giorno dopo giorno, una settimana destinata ad esplodere, dopo un crescendo infinito di folli difficoltà. Niente andrà per il verso giusto e i due padri, uno impiegato di una ditta edile, l’altro chirurgo di fama nazionale, si scontreranno per decidere chi avrà la meglio nell’organizzazione delle nozze.

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In realtà a battersi fino alla fine per regalare alla figlia il matrimonio che merita è l’impiegato Kenny Lustig ossia Adam Sandler, per il quale il rapporto padre-figlia e l’inevitabile tristezza del lasciare andar via, è sempre più un’urgenza da raccontare. L’attore, padre di due figlie, sa bene che il privato deve essere necessariamente il pubblico, e questa onestà nel mettersi a nudo è necessaria affinché si compia una liberazione, una sorta di riscatto dopo la messa in scena di personaggi che non volevano crescere né assumersi alcun tipo responsabilità. Ora invece si lotta per la prole, prole che è donna, e che ritorna sempre più nelle opere di Adam Sandler, basti pensare fra gli ultimi a Insieme per forza, dove è padre di tre figlie, o al The Meyerowitz Stories, di Noah Baumbach dove regala certamente la migliore performance del film, commuovendo durante la suonata a quattro mani con la figlia.

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Pur seguendo gli schemi classici della sceneggiatura in tre atti (inizio, crisi, risoluzione finale) Sandler compie come sempre un sabotaggio e i rapporti familiari che ci troviamo davanti non esulano da estremi disagi e malesseri, tristezze e parenti grassi e invadenti, villette squallide e alberghi con la moquette da quattro soldi. Non è una famiglia di belli quella dei Lustig, c’è uno zio che lungi dall’essere un veterano di guerra, come si vuole far credere, ha perso le gambe per colpa del diabete. C’è una moglie stanca e sfatta che si addormenta a bocca aperta sul letto. Le trovate comiche si nutrono di elementi scabrosi, squallidi, che diventano però custodi di una grande tenerezza. Che si raccontino i perdenti, per Sandler sono da sempre molto più importanti dei vincenti perché sovvertono l’ordine piatto di una certa bramata perfezione. 

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La maschera Sandler sta cambiando sempre più, e per l’attore Netflix è un terreno fertile che può sfruttare a suo piacimento (regalandoci prodotti che sono fra i migliori della programmazione Netflix). Sandler, come pochi altri, sta piegando il suo cinema e la sua arte comica al cambiamento, quello del corpo, della mente e di ciò che diventa primario raccontare con l’avanzare dell’età. Da sempre l’attore americano, sotto una coltre di apparente leggerezza mette in scena le pene dell’essere umano, senza lesinare sulla componente tragica di quest’ultime. Se prima erano quelle di un uomo che non voleva crescere, ora che gli anni passano, queste pene (e bellezze) sono anche quelle del tempo, e si esplicitano attraverso un corpo stanco, zoppicante, che si porta addosso le sue occhiaie e tutti i suoi difetti…una polo da quattro soldi o la risata sgradevole in Sandy Wexler, espressione dell’inetto per eccellenza, perso dietro ad un’altra splendida donna.
Più si va avanti con l’età più si ristabiliscono i valori e forse una delle cose che Sandler vuole dirci è che si può anche non cambiare il mondo, basta che si viva come è giusto vivere.