“Matrimonio a Parigi”, di Claudio Risi

Se le vicende della flottiglia rivale continuano a supportare adulteri, tradimenti, sotterfugi e scappatelle d'ogni tipo, nella sua produzione “da solista” Massimo Boldi sembra voler mantenere saldi i valori morali condivisi dal pubblico di famiglie per bene a cui spera ogni anno di rivolgersi. Non è un caso se il matrimonio torna invariabilmente per essere l'elemento centrale di titolo e plot delle varie sortite.

Claudio Risi è ancora alla regia dopo il Matrimonio alle Bahamas di quattro anni fa, ma ritrova in realtà più che altro un tentativo di riallacciarsi soprattutto all'ultimo A Natale mi sposo di Paolo Costella, con la differenza sostanziale che stavolta le nozze evocate dalla locandina finiscono per essere quelle proprio di Boldi con l'ozpetekiana Paola Minaccioni, in uno straniato finale in cui lui, evasore fiscale praticamente da sempre, giura di regolarizzare la propria posizione economica pur di benedire l'amore tra il figlio e la ragazza, pargola però del maresciallo della Guardia di Finanza Biagio Izzo (e qui andrebbe notata una nuova volta la volontà di Boldi di allacciarsi a canovacci di commedia all'italiana classica, in questo caso quasi un omaggio a I tartassati di Steno): in realtà il protagonista nasconde tutte le banconote mai dichiarate nel tight da sposo, e per colpa dell'ennesimo, definitivo capitombolo, queste finiscono a volare sparse nell'aria come il riso che si lancia addosso ai novelli sposi – sui titoli di coda, tutti i personaggi del film salutano gli spettatori mentre sono intenti a cercare di arraffare i contanti che piovono dal cielo.
Istante di vertiginoso svelamento e ambiguo slittamento del politicamente corretto che però non trova eguali all'interno del resto della pellicola: Boldi decide di mettere da parte le derive cartoon e quindi subisce molte meno umiliazioni fisiche e menomazioni violente del solito, e perciò gran parte del potenziale comico rimane affidato alla verve linguistica dei comprimari brillanti – e tra il dizionario di francese inventato di Enzo Salvi e quello di Anna Maria Barbera il rischio stavolta è di impantanarsi irrevocabilmente in un circuito chiuso di frustrante nonsense.
Ed ecco che ancora una volta la figura di Massimo Ceccherini (che qui replica anche lo sfogo in presunto backstage nei confronti dei produttori già recitato in A Natale mi sposo, stavolta lamentandosi per la scena in cui il suo personaggio deve fare i conti con la “Tour Eiffel” di Rocco Siffredi) si rivela come l'unica fuoriuscita dall'atmosfera troppo blanda e compassata del film – dopo la gerontofilia da cui era affetto nell'episodio firmato da Costella, quest'anno gli tocca fare i conti con una serie di sequenze in cui cerca di fare sesso con un manichino da vetrina, forandolo in più parti con un trapano (l'attrazione nei confronti di statue e manichini prende il nome di agalmatofilia): il modo in cui l'attore dà vita puntualmente in questi film a personaggi così odiosi rende di volta in volta sempre più fondato un geniale sospetto di cosciente sabotaggio.

Regia: Claudio Risi
Interpreti: Massimo Boldi, Biagio Izzo, Anna Maria Barbera, Massimo Ceccherini, Enzo Salvi, Rocco Siffredi, Paola Minaccioni, Raffaella Fico
Origine: Italia, 2011
Distribuzione: Medusa
Durata: 90'