Matrix, di Larry e Andy Wachowski

Cos’è Matrix? è la domanda che Thomas A. Anderson/Neo (Keanu Reeves) pone al fantomatico Morpheus (Laurence Fishburne) e a cui anche noi, da spettatori, abbiamo cercato di dare una risposta, rapiti dall’incanto di un velo che pian piano brucia lasciando scampoli di illusione. Il secondo film dei Wachowski è prima di tutto una grande macchina cinematografica tritageneri che gira a ritmi (post)industriali giocando volontariamente con il corpo-cinema mettendone a nudo le forme e rivelando, qualora ce ne fosse ancora bisogno, l’essenza metamorfica della sua materia. La fantascienza, con il suo prolungamento cyberpunk, si presta perfettamente al caso dal momento che permette di affrontare senza alcun tipo di barriera, immaginativa e di significato, le possibilità messe a disposizione dalla realtà, generando mondi distopici spesso paurosamente veri. In Matrix i poli della relazione reale-virtuale vengono però invertiti e il viaggio attraverso lo specchio di Neo, versione cibernetica di Alice, è lontano dal condurlo al paese delle meraviglie; egli si desta anzi dal sogno a occhi aperti in cui è stato immerso, grazie all’intervento di un semi-dio che fa uso di rimedi moderni (non un paio di occhiali neri ma una pillola, rossa o blu). La dualità continua sfacciata nella contrapposizione tra intelligenza umana e artificiale, schiavitù e tecnologia, verità e menzogna, felicità apparente e infelicità consapevole.

Andando oltre le tante speculazioni filosofiche che si possono avanzare, e che gettano lo sguardo più verso il passato che il futuro, ciò che perdura in Matrix è il dialogo tra l’attore e il suo mezzo espressivo, ovvero la capacità del cinema di amplificare/distorcere/modellare/ricreare a proprio piacimento l’immagine attoriale e di renderla parte integrante di sé, dando vita a una creatura ibrida figlia del digitale, che vede e pensa in numeri e codici: i combattimenti a mezz’aria, i proiettili schivati e addirittura fermati, il pensiero in grado di piegare la realtà (e i cucchiai) sono gli effetti più evidenti di questa “rivoluzione” di fine secolo. I Wachowski, qui anche sceneggiatori, avevano dalla loro un arsenale davvero infinito per sviluppare la storia: tutta la prima parte è molto affascinante nel descrivere le dinamiche e le derive cartoonesche delle leggi fisiche – Neo che precipita da un grattacielo e rimbalza sull’asfalto ricorda l’Eddie Valiant di Roger Rabbit; date le premesse, si resta francamente un po’ delusi quando i protagonisti decidono di far fronte al nemico ricorrendo ad armi di ogni calibro e dimensione.

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D’altro canto, i registi cavalcano una conoscenza esaustiva dei generi (cosa che avevano già dimostrato nel loro esordio-esperimento Bound – Torbido inganno), che si combinano vorticosamente in una giostra di citazioni e omaggi, dal cinema (le coreografie di arti marziali sono state affidate a Yuen Woo-ping) alla letteratura, dal videogioco al fumetto – che rappresenta poi la fase iniziale della loro carriera. Ed effettivamente guardando Matrix sembra di leggere un manga giapponese (pensiamo ad esempio alle diverse angolazioni di ripresa nelle scene di combattimento) contaminato dai canoni occidentali, e in particolare americani: l’uomo comune che scopre di avere un potere nascosto e lo usa per salvare letteralmente il mondo, con tanto di parentesi romantica e di “bacio del vero amore”, non è altro che il classico paradigma del supereroe tormentato che di lì a pochi anni esploderà al cinema attingendo proprio dall’universo fumettistico.

 

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Titolo originale: The Matrix
Regia: Larry e Andy Wachowski
Interpreti: Keanu Reeves, Laurence Fishburne, Carrie-Anne Moss, Hugo Weaving

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Durata: 136′
Origine: 1999
Genere: azione, fantascienza

Venerdì 23 marzo, Mediaset Italia 2, ore 23.25