Mattone e specchio, di Ebrahim Golestan

Una struttura narrativa realista si combina con uno stile molto moderno fatto di jump-cut, zoom, lunghe carrellate laterali, piani sequenza meditativi. Una grande riscoperta da parte di Fuori Orario.

----------------------------
UNICINEMA – PIU' DI UN'UNIVERSITÀ, MEGLIO DI UNA SCUOLA DI CINEMA

----------------------------

“Quello che i giovani vedono nello specchio, gli anziani lo vedono nel mattone grezzo” Farid al Din Attar (poeta persiano del XIII secolo)

----------------------------
30% DI SCONTO SULLO SHOP SENTIERI SELVAGGI!

----------------------------

I primi anni ’60 sono per l’Iran un periodo di profonda trasformazione: la politica laica dello scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi è messa in discussione dalle rivolte islamiche capeggiate dall’ayatollah Khomeyni che, dopo il fallito colpo di stato nel 1963, viene arrestato e poi costretto all’esilio. In questo clima di instabilità socio-politica, Ibrahim Golestan gira in diversi tempi e con molteplici interruzioni, il primo lungometraggio di finzione Mattone e Specchio, che parte da una piccola cronaca di poveri amanti per fare luce sull’atmosfera e sulle contraddizioni generazionali di un intero paese. Il rapporto tra il tassista Hashem (Zackaria Hashemi) e la giovane Taji (Taji Ahmadi) viene messo a dura prova dall’abbandono di un neonato nel taxi da parte di una donna misteriosa (in realtà è la poetessa Forough Farrokhzad l’autrice del talentuoso documentario The House is Black, scomparsa nel 1967 per un incidente d’auto).

Dopo una notte d’amore in clandestinità, i due inizieranno un viaggio attraverso gli apparati burocratici e gli orfanotrofi portando alla luce paure represse e paranoie. La Teheran notturna che viene proposta nell’incipit dell’opera è piena di luci e di insegne luminose come una capitale occidentale, in un processo di modernizzazione che segue il modello europeo: in realtà Ibrahim Golestan porta subito il taxi di Hashem dentro l’inferno dei quartieri periferici, in un incubo fatto di macerie e scale ripidissime dalle quali è facile cadere e da dove emergono fantasmi del passato (la donna pazza, lo storpio). La particolarità dell’operazione sta nell’affiancare a una struttura narrativa realista (con voce narrante sul modello wellesiano) e in certi punti semi-documentaristica, uno stile molto moderno fatto di jump-cut, zoom, lunghe carrellate laterali nelle scene del litigio in strada, piani sequenza meditativi.

Se sono abbastanza evidenti gli influssi della Nouvelle Vague e della Nova Vlna, sono abbastanza sorprendenti l’assenza di una colonna sonora e l’uso naturalistico del suono in presa diretta con le voci dei due attori spesso sovrastate dai rumori di fondo (urla del mercato, suoni di strumenti persiani, canti, pianti di neonati, voci di speaker alla radio o in televisione). Questa contrapposizione tra stile e linguaggio trova un perfetto corrispettivo nell’incontro/scontro tra Hashem e Taji: da un lato il fatalismo e la passività dell’uomo, in fuga dalle proprie responsabilità e tutto preso dal culto del proprio corpo e dalla paranoia per gli occhi indiscreti dei vicini di casa; dall’altro la presa di coscienza della donna sul proprio ruolo in una società patriarcale e retrograda.

L’esistenzialismo di Bergman incontra l’incomunicabilità di Antonioni. Buio contro luce. Mattone contro specchio. Entrambi i personaggi dovranno fare i conti con la realtà: Hashem scopre che l’intellettuale che in tribunale lo esortava al carpe diem fa il predicatore in televisione pontificando su solidarietà e umanità; Taji vede i suoi sogni di maternità infrangersi sul pianto e sulla mancanza di affetto di decine e decine di orfani abbandonati, riflesso di un mondo dove la disperazione non può essere alleviata da un singolo abbraccio. In uno dei momenti più belli di tutto il cinema iraniano, la mdp di Golestan arretra lentamente di fronte alla disillusione della donna, appoggiata ad una delle pareti dell’orfanotrofio. Altri momenti intensi sono gli incontri con le autorità prima al commissariato, poi in tribunale e in ospedale: qui, mentre una donna racconta il suo bisogno di maternità, l’inquadratura si ferma sul viso dell’infermiera che annoiata e distratta, ascolta un’altra conversazione al telefono.

Omaggiato da registi come Jafar Panahi e Asghar Farhadi, scoperto da Enrico Ghezzi e riproposto nelle maratone di Fuori Orario, Mattone e specchio rappresenta la metafora di due mondi apparentemente inconciliabili, sull’orlo di una crisi sentimentale che è anche crisi politica. In sole 24 ore, tra il buio della notte e il crepuscolo del giorno dopo, Hashem e Taji perdono le loro certezze e sembrano rimanere muti di fronte ai rumori di fondo di una città dilaniata tra modernismo e restaurazione, spirito laico e fondamentalismo religioso.

 

Titolo originale: Khesht va Ayeneh
Regia: Ebrahim Golestan
Interpreti: Taji Ahmadi, Zackaria Hashemi, Goli Bozorgmehr, Masoud Faghih, Parviz Fanizadeh
Durata: 126′
Origine: Iran, 1965
Genere: drammatico

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

Sending
Il voto dei lettori
4.11 (9 voti)
--------------------------------------------------------------
IL N.14 DELLA RIVISTA DI SENTIERI SELVAGGI

--------------------------------------------------------------

    ISCRIVITI ALLA NEWSLETTER DI SENTIERI SELVAGGI

    Le news, le recensioni, i corsi di cinema, la riviste, i libri, gli eventi e tutte le nostre iniziative