#MDW2018 – Zebra Crossing al Salone del Mobile di Milano

Grazie al gentile Stefano Balossi, digital media manager dell’ente Salone del Mobile, abbiamo potuto fare un primo giro nel Salone di Rho, risplendente sotto il sole e il tetto trasparente di Fuksas, e forte del record di un 40% in più dallo scorso anno. Per i milanesi,
la parte “seria” della settimana del design. E in effetti l’impressione è notevole. I grandi marchi del design, da Kartell a Edra, presentano allestimenti che non devono solo vendere ma vogliono dare una propria visione del mondo. Questo conferma l’intuizione iniziale di Zebra Crossing, cioè il potente incrocio tra design e immaginario cinematografico, in cui gli stand raccontino storie e veicolino emozioni come fossero veri film. La cosa si fa interessante se si pensa come tutto debba essere comunque venduto. Quindi i grandi marchi riescono lo stesso a porsi nel mercato, e in modo vincente, pur innovando la propria immagine e inserendo esperimenti espressivi.

Un chiaro esempio è lo svizzero USM che allestisce uno spazio per far immaginare e andare oltre il desiderio mercantile, chiedendoci di tornare bambini con un’impalcatura da arrampicare simile ai castelli dei giardinetti dove siamo cresciuti.

In questo modo ipotizza un nuovo uso dello spazio e dei volumi, che significa trovare un nuovo spazio per l’uomo. E qui secondo noi si è già oltre il cinema e verso un nuovo cinema. Visto così il Salone del Mobile è una sorta di grande festival di cinema che si muove tra il vecchio e il nuovo. Un vecchio che pure prova a fare dei salti in avanti (tipo inserire un subwoofer in un armadietto rococò) e un nuovo che sperimenta soluzioni ergonomiche differenti ma pur sempre tali. In questo sentiamo per ora (ma siamo solo al secondo giorno) una leggera superiorità rispetto al Fuorisalone, il quale pare essere privo dei suoi salti soliti, laddove il design diventa arte, e il mobile diventa scultura. Questo ci fa subito pensare alla interessante creazione del giovane designer giapponese Hiroto Yoshizoe che presenta, al Salone Satellite, un lampadario diffuso nello spazio in cui un punto luce illumina dei piccoli coni appesi al soffitto in modo tale che la luce venga riflessa nello spazio, arredandolo, ricordandoci per esempio Calder.

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Il confine tra design e arte si fa sempre più labile ma in questa contraddizione sta il significato del discorso. Lo stesso possiamo dire di altri avventurosi designer che rischiano molto stando sul confine. Viene in mente Arte in Motion di Reggio Emilia, che va in giro per il mondo a cercare pezzi di aeroplani per riconvertirli in arredo da salotto. Sia funzionale che decorativo. Come zebre possiamo farci sempre la domanda “a cosa serve un film”. Ovviamente è malposta ma il confine anche qui è labile. Laddove vediamo molto cinema che non riesce a prendere una direzione provando in modo insicuro di essere sia industriale che sperimentale. La via del design è maestra in questo. Non è un caso che molto cinema si intrecci col design a sua volta (si pensi a Garrone regista di due corti per il Salone del Mobile). Ma la bellezza della sperimentazione di design che si vede durante la settimana milanese porta veramente a sognare ad occhi aperti un nuovo modo di vivere. Che potrebbe portare a un nuovo modo di pensare il cinema.

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