"Mean Girls", di Mark S. Waters

 

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A questo punto possiamo dirlo: Lindsay Lohan vs Hayley Mills. Al terzo film in una stagione che si eleva al di sopra della media qualitativa piuttosto scarsa delle teen-comedies, una delle ragazzine lanciate dalla factory cine-tv della Disney si sta affermando come l'erede, con qualche futura e possibile marcia in più, della divetta dei tempi d'oro della major Mills, che rispondeva a badilate di zucchero ancora più imponenti a quelle lanciate dallo schermo sugli spettatori da miss Sandra Dee. Mean Girls segue l'ottimo Quel pazzo venerdì dello stesso Waters, nel quale la Lohan duettava alla pari con la classe comica di Jamie Lee Curtis e il più recente Quanto è difficile essere teenager! che avevamo così recensito: "delicious teen-movie che rispetto a Una bionda in carriera sembra per ritmo Susanna! di terzo millennio: piccolo, inessenziale ma con quel vitalismo energizzante che intrattiene e spinge ad attivare, en passant, anche qualche cellula grigia. E molto del merito è da ascrivere all'insolita eleganza recitativa della protagonista Lindsay Lohan". Anche in questo Mean Girls la Lohan la fa da padrona, grazie a quella fragile ma già consistente eleganza alla quale accennavamo e così pure anche qui lo script ha il suo merito, pigiando con intelligenza sul piede dell'analisi adolescenziale carica di caustica, sferzante crudeltà che fa bene alle "celluline grigie" (come avrebbe detto Hercule Poirot). Alla base il topos del "topo di città e topo di campagna (da correggere qui in "di savana")" che incarna Cady Heron, emigrata dall'Africa negli Stati Uniti assieme agli affettuosi genitori zoologi. Se dopo le leggi selvagge del Terzo Mondo Cady pensava di approdare ad un'isola felice della composta civiltà, scoprirà ben presto che la vita scolastica non è per niente semplice e che questo micro-cosmo ha regole altrettanto ferree di quelle di un branco di gazzelle, è dominato da leoni e soprattutto leonesse altrettanto ferini e temibili ed è poggiato su equilibri sottilissimi. Seppur il finale sia nella scia del "già visto (e previsto)" il ritmo anche qui è incalzante e di feroce densità, gli attori sono tutti in parte, compresa "l'ape regina" Regina George (Rachel McAdams, Hot Chick – una bionda esplosiva) che ha la faccia giusta della "perfida e diabolica", e la cattiveria, male universale e incurabile della specie umana, pulsa con salutare morbosità sotto la superficie di brillante e scanzonata evasione. Citazione d'obbligo per l'ingombrante amico gay Damian (Daniel Franzese, Party Monster con Macaulay Culkin), che scocca frecciate a destra e a manca come una vecchia "zia" inacidita e isterica e si sublima cantando irresistibilmente "Beatiful" di Christina Aguilera.


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Titolo originale: id.


Regia: Mark S. Waters


Soggetto e sceneggiatura: Tina Fey (tratta dal libro "Queen Bees and Wannabes" di Rosalind Wiseman)


Fotografia: Daryn Okada


Montaggio: Wendy Greene Bricmont


Musiche: Rolfe Kent


Scenografia: Cary White


Costumi: Mary Jane Fort


Interpreti: Lindsay Lohan (Cady Heron), Rachel McAdams (Regina George), Tina Fey (professoressa Norbury), Tim Meadows (preside Duvall), Amy Poehler (madre di Regina), Jonathan Bennett (Aaron), Daniel Franzese (Damian), Lizzy Caplan (Janis Ian), Amanda Seyfried (Karen Smith), Lacey Chabert (Gretchen Wieners)


Produzione: Lorne Michaels, Jill Messick, Louise Rosner


Distribuzione: Uip


Durata: 97'


Origine: Usa, 2004