Mechanic: Resurrection, di Dennis Gansel

L’operazione di questo sequel è fondamentalmente possibile solo perché l’episodio precedente, in Italia Professione Assassino, alterava il destino fatale del protagonista nel prototipo a cui si rifaceva, il capolavoro dell’accoppiata Winner/Bronson.


Il senso del nuovo Mechanic incarnato da Jason Statham è allora proprio in questo slittamento cruciale tra la tragica predeterminazione dell’eroe hard boiled e l’opposta replicabilità infinita dell’icona virtuale contemporanea: Statham si conferma così corpo centrale nel racconto del passaggio tra il performer atletico di analogica strabiliante prestanza di scuola eighties, e l’inscalfibilità digitale dell’effetto speciale antropomorfico dei nostri tempi di colonizzazione smarvellata.

Proveniente da occhialuti pamphlet girati in patria, il tedesco Dennis Gansel adotta un approccio alla Jon Chu, e lavora di astrazione, scomposizione e riduzione ai minimi termini degli elementi della prima puntata, con corredo di guest star ingaggiate per alzare il blasone del prodotto (Tommy Lee Jones non si vedeva in zone del genere forse da Trappola in alto mare, e Jessica Alba sembra proseguire lo sketch in tuta sexy e pistolone sui fianchi con cui compariva nel film di Entourage): il personaggio di Jason perde così qualsiasi fascino crepuscolare a beneficio della moltiplicazione esponenziale delle missioni in cui mettere in mostra la sua capacità nell’orchestrare congegni omicidi che non lascino traccia alcuna e appaiano come incidenti mortali.
Una struttura chiaramente videoludica – le mille variazioni della tipologia sniper anche nella giungla dei giochetti per mobile – che approfitta della pausa del nostro eroe sull’isoletta di Michelle Yeoh per approntare la fase di buffering (bolla bizzarissima del film che tiene insieme Il prigioniero e I tre della croce del Sud via Double Team di Tsui Hark… chiaramente esageriamo sulla scorta dell’apparizione di Michelle), per poi liberare Statham nell’abituale carneficina dell’intero esercito dei cattivi, neutralizzati uno ad uno in una serie di sequenze in perfetto stile Transporter (notevole soprattutto la lunga e gustosissima disinfestazione finale del megayacht del Male) nelle quali l’interprete sembra ritrovare quella libertà d’azione che i giochetti da final destination dell’intera sezione centrale del film gli avevano negato.

Il risultato è quella tipologia di sequel ibrido a cui ci stiamo sempre più abituando, organismo geneticamente modificato assemblato a tavolino, a corrente alterna e a impulsi generici: a vincere rimane ovviamente Statham, ultimo baluardo di umanità tangibile nell’indefinitezza dell’intero setting, che si fa carico delle sorti dell’opera, restituendo con la propria resistenza corporale l’unico appiglio per noi spettatori lasciati a galleggiare nella neutralità sintetica della visione di Gansel.