Menocchio. Incontro con Alberto Fasulo

A Roma per presentare il suo Menocchio, il regista friulano Alberto Fasulo ha raccontato alla stampa cosa significa questo film per lui: “Menocchio è un personaggio molto importante per il mio territorio, e quando 10 anni fa ho deciso di tornare a vivere lì, ho un po’ preso la responsabilità di raccontarlo e da lì cercare di raccontare il mio punto di vista sul mondo. Menocchio mi portava a una presa di coscienza di pensare e di prendermi la responsabilità di quello che sento, di quello che immagino e di quello che voglio e che mi piace. Quando ho visto la possibilità grazie al lavoro con Marcello e Nadia, ho capito che potevo fare il film, un film mio. Quindi ho capito che potevo realmente incarnare questa storia di 500 anni fa attraverso il mio sguardo, attraverso il cinema che io credo sia importante”.

La produttrice Nadia Trevisan ha invece parlato della genesi del film: “Questo è stato un lungo processo produttivo che è iniziato nel 2014. Alberto mi ha parlato dell’idea del film e ha iniziato a svilupparlo. Da subito ne abbiamo parlato con Rai Cinema che è entrata in co-sviluppo innamorandosi del progetto. Abbiamo trovato la co-produzione internazionale: il ministero rumeno è entrato ancor prima del ministero italiano. Il percorso di sviluppo è durato due anni. Alberto è stato in grado di scrivere il film sui luoghi dove la vicenda era accaduta. Questo ci ha permesso di fare un casting di oltre 3mila persone curato personalmente da Alberto. Abbiamo coinvolto da subito il costumista e lo scenografo affinché potessero svolgere un lavoro che aderisse completamente alla realtà e che aderisse all’idea di cinema di Alberto”.

Per preparare il film sono stati consultati i verbali originali sul processo a Menocchio e il libro Il formaggio e i vermi di Carlo Ginzburg, ma il regista ha voluto sottolineare la volontà di allontanarvisi: “Fin dalla prima versione di sceneggiatura la volontà era quella di andare oltre a una restituzione di verbali. Questo film mi poneva la questione del rapporto che io ho con la Storia. E la storia che mi è rimasta è la storia che ho fatto mia, quella che vedevo nella mia quotidianità. Quindi ho deciso di fare un film sulla quotidianità. Ho deciso di fare il film con persone che facessero loro l’esperienza di Menocchio. Marcello come tutti gli altri non ha letto la sceneggiatura. Io non ho voluto interpretare un pensiero scritto ma ho voluto metterlo in una condizione simile a quella di Menocchio. Il percorso che ho fatto è stato quello di conoscenza dei tratti storici e quello di ricrearne le dinamiche sul set. Neanche l’inquisitore aveva una traccia di dialogo imparata a memoria. Aveva un protocollo che era quello che l’inquisizione seguiva durante i processi. Con Marcello abbiamo sempre discusso sui temi che Menocchio aveva affrontato”.

Nessuno degli attori scelti è un professionista. Una decisione fondamentale per il regista che ha parlato con il protagonista Marcello Martini: “Ho scelto Marcello per la sua energia. La preparazione che abbiamo fatto è stata molto tematica e sono rimasto molte volte sorpreso dalle affinità. Marcello è nato e cresciuto nella valle dove Menocchio stesso è nato e dove questa vicenda si è svolta”. Ha inoltre speso parole sul suo rapporto con gli attori: “Ho pensato molto al pubblico perché sentivo la responsabilità che il pubblico potesse portare fuori dai cinema questo personaggio e questa storia. Mi sono preoccupato soprattutto che gli attori potessero essere credibili e per questo ho dato loro la possibilità di parlare la loro lingua e il loro lessico. Non credo nella limitazione dell’attore ma nella sua libertà. Per me i dialoghi dovrebbero essere scritti dagli attori, non dagli sceneggiatori. Il mio modo di lavorare è quello di poter essere sorpreso quando sto dietro la cinepresa. Non mi interessa essere gratificato nel vedere ciò che ho scritto precedentemente”.

Marcello Martini, non abituato a stare in pubblico, non riusciva quasi a parlare per la sua tensione e commozione. Ha detto di non essersi risparmiato e ha raccontato quanto fosse difficile per lui il ruolo che gli ha assegnato il regista: “A un certo punto io gli ho detto: è come se tu mi dessi una mazza in mano e bisogna disfare una montagna”.

Fasulo ha quindi approfondito l’aspetto della lingua usata nel suo film: “Siamo partiti da un testo in latino, quello degli interrogatori, e poi c’era un italiano antico che era mescolato al veneto. Da subito quindi ci siamo posti il problema filologico della lingua. Ho scelto di essere filologico ma fino a un certo punto, perché nella realtà si usava il latino fra i sacerdoti, il friulano fra il popolo. Marcello viene da un luogo dove si parla un friulano molto particolare, perché non è il classico friulano dolce, ma è più roccioso. La lingua di comunicazione di allora era il veneto. Fra queste io ho fatto la scelta di usare l’italiano”.

Un italiano, dunque, che lascia anche spazio agli attori di esprimersi con cadenze dialettali. Scelta dettata dalla ricerca di realismo. Ed è proprio il tentativo di restituire la realtà ad aver guidato il regista nelle sue scelte di illuminazione: “Ho sempre curato la fotografia di tutti i miei film. In questo caso questo film mi ha dato la possibilità di lavorare attorno alle immagini del ‘500 e nella preparazione ho fatto proprio una ricerca iconografica anche per studiare i vari reparti: costumi, scenografia e casting. Era l’occasione buona per restituire la nostra tradizione pittorica, la tradizione che ci contraddistingue in quell’immaginario del ‘500 che abbiamo restituito. Abbiamo scelto di lavorare con dei non-attori e di metterli in una situazione di realtà, e quindi qualsiasi faro aggiuntivo non sarebbe stato possibile. Il film è stato girato cronologicamente e il piano di lavorazione doveva tener presente anche della luce degli ambienti. Per quanto riguarda le candele le abbiamo costruite noi, io e lo scenografo, e abbiamo fatto una serie di test per poter raggiungere il livello tecnico necessario a filmarle”.

Menocchio è in sala dal prossimo giovedì 8 novembre.

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