Mercy: sotto accusa, di Timur Bekmambetov
Un Desktop film che cerca costantemente il fuori campo, a dimostrare che le sue immagini possono vivere anche al di fuori di uno schermo. È ambiziosissimo ma forse ancora troppo laboratoriale.
Timur Bekmambetov torna alla regia quattro anni dopo V2 e soprattutto quasi otto anni dopo il centrale Profile, che di fatto lo ha reso uno dei teorici più in vista del cosiddetto Screen Life cinema, il cinema interamente costruito a partire da ciò che si può raccontare solo attraverso gli schermi di dispositivi come PC, smartphone, applicazioni. Da Profile infatti Bekmamentov si sposta dietro le quinte, diventa soprattutto produttore, gioca con i linguaggi ed i formati sviluppa l’altrettanto cruciale Missing ma poi cade nel passo falso di La guerra dei mondi di Prime Video che si proponeva di riattraversare con approccio giocoso e massimalista l’epica del classico della fantascienza adattandola ancora agli spazi delimitati dagli schermi, salvo rivelarsi un prodotto impreciso, spento, caotico.
Bekmambetov pare in effetti dover tornare a mettere le cose in prospettiva, a guardarsi attorno. Colpisce in effetti fin dalla prima occhiata quanto questo Mercy: sotto accusa non accetti di chiudersi negli spazi di uno schermo, quanto cerchi costantemente il fuori campo, quanto desideri confrontarsi con l’altro, con altre immagini, con altre suggestioni.
Pare ad esempio uscita dalla fantascienza satirica di Paul Verhoeven questa storia ambientata in un prossimo futuro reso sicuro dal Sistema Mercy, un’intelligenza artificiale che è giudice, giuria e boia di criminali a cui è concessa un’ora e mezza per ripercorrere digitalmente le carte del processo, le prove e gli indizi per dimostrarsi innocenti. Un giorno però a finire bloccato sulla sedia di Mercy è il detective Chris Raven, costretto a scagionarsi da una terribile accusa di omicidio.
Mercy: sotto accusa ragiona evidentemente dei limiti e dell’assenza di umanità di certa burocrazia infallibile, ma da una certa prospettiva pare davvero il grande progetto terapeutico di Bekmambetov, che come il suo protagonista deve reimpostare le sue coordinate operative, reimparare nuovamente a vedere per poter uscire dai guai.
Per certi versi (e in certi passaggi, come la vertiginosa passeggiata “immersiva” sulla scena del crimine) pare davvero il suo Déjà vu. Corsa contro il tempo: gli intenti, il desiderio di gerarchizzare nuovamente le immagini e gli input visivi, la ricerca di tangibilità analogica negli spazi (per quanto adottando un approccio un po’ ingenuo) sono in fondo gli stessi del film di Scott.
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Eppure Mercy: sotto accusa scalpita, è indisciplinato non si accontenta di archiviare soltanto quel flusso di immagini senza sosta, vivissimo, quasi bulimico, che accoglie tutto, dalle body cam degli agenti alle telecamere aeree delle moto volanti della polizia, ai droni, alle webcam, dalle camere degli smartphone alle telecamere di sorveglianza. Vuole lavorare su quelle immagini, costruire spazi a partire da quello stesso flusso e anzi forse a raccontare il modo squisitamente sui generis di essere teorico del film basta il personaggio di Raven che, malgrado la performance opaca di Chris Pratt, è comunque inedito per certo cinema: sofferente, umano, un investigatore da melò che vuole far parte di un mondo che è soprattutto spazio narrativo.
Forse Bekmambetov è mosso da desideri molto più terreni: vuole scoprire cosa può lo screen time cinema, che davvero qui affastellando immagini su immagini, sorgenti video su sorgenti video non solo esce sempre più dalla cornice dello schermo ma riscopre proprio il gusto del colpo di teatro e della continua scoperta di meccanismi e strumenti utili a ripensare le quattro mura di pc e dispositivi visuali. Ecco, in Mercy: sotto accusa ricorda forse la giocosa libertà del Chronicle di Max Landis e Josh Trank e forse anche Songbird, l’action prodotto da Michael Bay che provava a far sopravvivere le forme del blockbuster anche nel cinema riformato dal COVID. E poi, se del cinema di Tony Scott si deve parlare, allora il parente più prossimo del lavoro di Bekmabetov è Unstoppable (più o meno apertamente citato nell’ultimo atto), altro film che in fondo ragionava della resistenza del cinema a griglie e gabbie imposte.
Mercy: sotto accusa è forse un film per farla finita con l’idea del Desktop Movie, che distrugge quel mondo per rifondarlo o, forse, tra le righe, per dimostrare che non c’è nulla da rifondare da zero, lasciando intendere che quelle immagini possono sopravvivere benissimo al di fuori degli schermi.
Costi quel che costi, anche, a ben vedere, rischiando di rimanere comunque invischiati dentro quella macchina, di lavorare a quello che, malgrado la grande chiarezza operativa, rischia comunque di apparire come un gioco un po’ fine a sé stesso, un laboratorio che evidentemente non riesce a figliare mai davvero.
Titolo originale: Mercy
Regia: Timur Bekmambetov
Interpreti: Chris Pratt, Rebecca Ferguson, Annabelle Wallis, Noah Fearnley, Kenneth Choi, Chris Sullivan, Kylie Rogers, Kali Reis, Rafi Gavron, Jeff Pierre, Jamie McBride, John Bubniak, Mark Daneri, Michael C. Mahon
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 100′
Origine: USA, Russia 2026



























