MERDE!!! Leos Carax, l'inno del corpo sciolto

léos carax

Il poeta punk del cinema francese,, per molti ormai, ex enfant prodige, che sembra trovare nella deriva l’unica strada percorribile, deviando nel nichilismo della marginalità e della frustrazione creativa. Ripubblichiamo per l'occasione il profilo dedicatogli su Sentieri Selvaggi Magazine n.2 in occasione dell'uscita in sala di Holy Motors il 6 giugno

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IL NUOVO NUMERO DI SENTIERISELVAGGI21ST #9


L’opera di Alexandre Oscar Dupont, in arte, Leos Carax, cinquantaduenne regista, attore e critico francese, ha nella merda la sua pietra filosofale. Monsieur Merde mangerebbe per noi, palati fini, alla ricerca del sublime, uno spuntino a base di merda su un vassoio d’argento. Un’esclamazione, un gesto “cristico”, Merde/Carax assume intanto su di sé la merda del mondo e del cinema. D’altronde tutto il cinema di Leos Carax, più che dal teatro di Molière, sembra provenire da “La fame dello Zanni” di Ruzante, o dal canovaccio di Arlecchino in cui si cala le brache e lancia la cacca addosso al pubblico (fortunatamente solo quella…), o ancora da quella parabola in cui Francesco d’Assisi usa la cacca come termine morale elevato, in contrasto con l’avidità e la violenza del potere. L’ossessione escrementizia è l’unica, forse l’ultima speranza di vita, tra i motori sacri, umani, animali e macchine, sempre più in via d’estinzione, collegati tra loro da un destino comune, schiavi di un mondo sempre più virtuale. Merde è l’incarnazione della paura e della fobia, la grande regressione post 11 settembre: i terroristi credono nelle vergini che incontreranno in paradiso, i leader politici esultano perché possono finalmente sfruttare al meglio il loro potere, come bambini iperpotenti. E le persone sono terrorizzate, smarrite, come orfani nel buio. Merde è l’estraneità portata all’estremo: l’immigrato razzista. Denis Lavant, così è più di un alter-ego, è il cavaliere oscuro, l’ombra circense di Alfred Jarry, inseparabile ormai (vedi Carax da regista, Merde/ Tokio!, Rosso sangue, Boy Meets Girl, Les Amants du Pont Neuf, oltre, naturalmente, l’ultimo Holy Motors), corpo scolpito, come quello degli atleti cronofotografati da Marey, budella in stop motion galoppanti, come i cavalli dell’antesignano della fotografia Muybridge. Il pasticcio merdoso dell’universo rappresenta una meravigliosa potenzialità plastica per il regista/attore che ha le mani… in pasta.

Carax non descrive solo l’escremento ma anche i modi per incanalarlo e tesaurizzarlo, trasformandolo in una forma filmica: allora è facile immaginare il perché di collaborazioni attoriali con Godard (King Lear) o il regista lituano Sharunas Bartas (The House), per i quali la visione è da catapultare in uno spazio uniforme (non importa se aperto o chiuso), dove la lingua parlata si fa letteralmente incomprensibile, ma assolutamente primordiale. Ancora a filmare il salto delle coordinate: non si parla di incontri, distacchi, relazioni. Piuttosto è il disperato tentativo di aggrapparsi a qualcuno o qualcosa. Immagine del vuoto nel non compiacimento per l’assenza di un miserabile quanto agognato abbandono. Carax è sempre più “macchinoso” e quindi ancora puramente cinematografico, calato al centro dello spazio da rappresentare, operatore e attore allo stesso tempo, distaccato e, contemporaneamente, coinvolto nella materia trattata. Vorrebbe forse vivere e lavorare nel suo mondo/cinema “brado” e chiedere una casa/laboratorio dove poter ripensare alla verifica (mai) certa del suo sguardo. Sguardo che si fa pianto isterico ma anche un sussurro insistito, un isterico motto armonioso, singolare e plurale visione invertita, ce(n)surata, ripetuta. Liquida i suoi e nostri sogni in vita pulsante e poeticamente desolante. “Merde d’artiste”, chiusi in una scatola/ casa, o in una limousine, e nel tunnel di manifesti incendiati da Alex sotto il Pont Neuf. Chiusi sempre in barattoli da conserva, come quell’opera “readymade” di Piero Manzoni, che sigillò le sue feci per poi venderle al pubblico. È la ricerca dell’origine profonda del lavoro, dell’uomo che creativamente produce, della cessione di una parte di sé, l’idea che siamo pronti ad accettare anche la merda, purché in edizione numerata e garantita. “Posso tranquillamente asserire che si tratta di solo gesso. Qualcuno vuole constatarlo? Faccia pure. Non sarò certo io a rompere le scatole”.

Leos Carax, per molti ormai, ex enfant prodige francese (a Cannes nel 1984, a soli 24 anni, riceve un trionfo di critica, con Boy Meets Girl), sembra trovare nella deriva l’unica strada percorribile, deviando nel nichilismo della marginalità e della frustrazione creativa. Non si sa se ridere o piangere: in questa compresenza assoluta di comico e tragico si ritrova incarnata la grande modalità tragica moderna. Leos Carax , nella sperimentazione video, non lavora direttamente sull’emozione, non chiede alle immagini di rielaborare un’emozione legata a una precisa memoria , ma chiede l’attenzione ai corpi, ai ritmi, all’energia che ci rende sempre presenti e nello stesso tempo incoscienti. Immagini sincere che non riguardano l’emozionarsi ma la consapevolezza di un movimento, di un impulso vero. Così è Monsieur Merde: il suo corpo non può mentire neanche sul grande schermo, ogni suo piccolo movimento è il massimo che può fare, perché vive nel presente, completamente. Così le parole non sono tutto, il teatro al cinema, o il cinema del teatro è un grido che deve prenderti con gli occhi, il naso, la bocca, il cuore. Il processo creativo è un po’ come un urlo, un grido, l’unione con un mistero, un avvicinarsi a qualcosa di trascendentale. Nel cinema Carax scopre e mostra ancora di più la bellezza dove non si vede. I suoi gesti ricorrenti (l’erezione di Merde in Holy Motors, al cospetto di Eva Mendes) si ricompongono, vengono montati all’interno di una scansione ritmica e creano la sequenza del suo dolore e della sua forza. Quei gesti sono anche pieni di rabbia. Perché il male non lo si può accettare. Sono anche traboccanti di tenerezza, quei gesti, perché il male lo subiamo tutti, e senza colpa. Nel dolore siamo sempre soli, non lo potremo mai comunicare davvero.

Leos Carax non cerca mediazioni: il suo è uno sguardo semplice, condensato e clamoroso inno alla libertà e all’impossibile, e a quella ingenua e illuminante parodia della libertà che è il cinema per il teatro, la musica, l’arte figurativa, concettuale, per la letteratura, mostro di poetica autodistruzione ed evacua rigenerazione. Esiste nel cinema di Carax una terra di mezzo, terra contesa e talvolta terra di nessuno, che si situa tra la riflessione filosofica e l’empirismo del corpo: terrain vague, Pola X di inevitabile vaghezza, sequenze hard, moralizzate dal livore delle carni dei protagonisti. Lunghe pause, a volte lunghissime, tra un film e l’altro, e sulla scia del pensiero bressoniano, attori utilizzati al cinema come su un palco, ‘fuori di sé’ e la propria immagine dunque vuota. Per il regista e attore, anche se la fisicità di un corpo al cinema è mediata dalla sua immagine, questo corpo è comunque rappresentazione di un volume in movimento che (re)agisce conservando la sua carica emotiva come nel volo kubrickiano di 2001: Odissea nello spazio. “Credi che esista l’amore che va veloce? Che va veloce ma che dura per sempre?” (Rosso sangue). La cometa Halley s’avvicina alla Terra e provoca calure straordinarie e nevicate. E intanto il paradosso è compiuto: incandescente e folgorante il cinema di Leos Carax è un grido che salva dalla malinconia, dalla disperazione e dall’abbrutimento. È una dolce alchimia, tra Murnau e i Clash, tra la forza magica del cinema e la rabbia potente della modernità. Leos Carax è l’ultimo poeta punk del cinema francese.

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