#MFF24 – Due esordi: A Certain Kind of Silence e We Are Little Zombies

Mia è originaria della Repubblica Ceca e giunge in Olanda come ragazza alla pari presso una famiglia benestante di un quartiere tranquillo. A dire il vero il suo nome è Miša ma gli anfitrioni non sembrano gradirne il suono e quindi propongono un’abbreviazione che non ha precedenti nella sua vita. Così ha inizio un sempre più complicato rapporto. Inoltre, il figlio della coppia, Sebastian, è un bambino molto chiuso e sembra far molta fatica a legare con le babysitter che si succedono. Presto Mia sarà costretta a mettere in discussione le proprie certezze e la propria coscienza di fronte alle regole ferree e poco ortodosse impartitele da quelle persone. Presentata in concorso al Milano Film Festival, l’opera prima del praghese Michal Hogenauer è un racconto di formazione ispirato a fatti realmente accaduti ma è soprattutto un thriller dai risvolti inquietanti e nel complesso riuscito.

Infatti, ambientato nei Paesi Bassi ma girato per comodità in Lettonia, il film cresce di sequenza in sequenza trascinando lo spettatore nei dubbi e nelle fascinazioni della protagonista. «L’elemento di maggior interesse per me – ha affermato il regista – è stato quella della manipolazione». La natura dei culti settari e il loro funzionamento, ma in particolare la concreta possibilità che una persona possa venire irretita dalle idee di un gruppo carismatico e organizzato di sconosciuti, sarebbe ciò che ha convinto gli autori a documentarsi in vista della produzione della pellicola ed è perciò il perno intorno al quale si avvita con belle intuizioni visive la narrazione di A Certain Kind of Silence.

Altro interessante esordio, però posizionato nella sezione The Outsiders, è We Are Little Zombies di Makoto Nagahisa. Trentacinquenne come Hogenauer, il regista è anche sceneggiatore e compositore delle musiche del film, di tutti temi musicali, compresi quelli degli inserti videoludici. La sua opera prima è un conturbante viaggio nel lutto di quattro bambini rimasti orfani nello stesso periodo e decisi a unirsi per cercare insieme le loro emozioni perdute. «La vita è troppo stupida per piangerci sopra», afferma inizialmente il piccolo Hikari. Lui è il più sveglio del gruppo, quello che propone di mettere su una band rock per esprimere la loro mancanza di tristezza. Un’idea pazzesca che trova nella regia del film totale vicinanza attraverso una serie di scene girate in modo diverso l’una dall’altra e montate con un imprevedibile gusto pop. Caleidoscopico e divertentissimo mix di generi.

Certo, agli occhi più morigerati di un occidentale, alcune scelte stilistiche di colori e toni possono apparire sopra le righe oltre ogni ragionevolezza, ma la cultura giapponese è complessa e stratificata e ci permette spesso di buttare un occhio pieno di curiosità su alcune dinamiche sociali estremamente suggestive. Fra queste, c’è la continua e pressante corsa all’affermazione personale, l’idea che chi non riesce a fare carriera diventi un peso per la comunità e debba definirsi egli stesso un rifiuto. Oppure l’attualità (a dirla tutta, globale) della distanza generazionale fra genitori e figli, l’abitudine a lasciare i bambini abbandonati a loro stessi e alla tecnologia. Hiraki vive in una stanza letteralmente ricolma di videogiochi, che il piccolo considera suoi unici amici. È perciò normale, per assurdo, che quando incontra tre coetanei, fra loro si instauri un rapporto non convenzionale.

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