#MFF24 – Michael Nyman, terremoti e altre nature al Milano Film Festival

Il Milano Film Festival 2019 è all’insegna delle tematiche ambientali e propone alcune opere dedicate al rapporto dell’uomo col nostro pianeta.


Presentato in anteprima mondiale con un evento speciale alla presenza dell’autore, Nyman’s Earthquakes di Michael Nyman ha sorpreso gli spettatori con il ricordo dei terremoti con cui il grande compositore britannico è entrato in contatto nella sua vita, da quello di Città del Messico del 1985 a quello di Kobe, in Giappone, nel 1995 per arrivare a quello di nuovo messicano del 2017. Quest’ultimo è però l’unico che il regista ha vissuto in prima persona, mentre gli altri gli sono stati testimoniati da colleghi e amici e il materiale d’archivio utilizzato nel suo film rivela perciò l’incontro fortuito con storie apparentemente lontane con le quali tuttavia si è creata una rilevante relazione.
«La casualità di queste scoperte – spiega Nyman – non ha niente a che fare con i ritrovamenti dei documentaristi sulla base di un progetto». E ha aggiunto che non sarebbe mai in grado di fare quel genere di ricerca. Insomma, per il grande musicista il cinema è una forma di espressione istintiva, una costante costruzione di senso attraverso immagini altrui che grazie al montaggio con la sua musica acquista forza di racconto. Alla domanda su quale sia la differenza fra il comporre musica per i suoi film e per i film degli altri, Nyman reagisce con disinvoltura ma alla fine di una lunga riflessione rimane l’arcano: «Non so dire come funzioni il mio processo creativo». Ci dice che ai due opposti vi è la medesima dinamica, ovvero che come i suoi film di osservazione anche alcune opere di finzione altrui che ha musicato negli anni avevano già la partitura pronta prima che venisse girato un solo fotogramma. In particolare, I misteri del giardino di Compton House (1982) di Peter Greenaway e Lezioni di piano (1993) di Jane Campion, proprio le pellicole per le quali il compositore è più noto al grande pubblico. Quindi non cambia l’approccio al lavoro? «C’è piuttosto differenza fra il modo in cui penso un film e quello in cui compongo musica». Poi, per quanto riguarda il cinema, ci rivela un segreto appreso da Greenaway già prima che questi diventasse famoso: «Mi insegnò un metodo di montaggio che non dipende da un rapporto diretto tra ciò che vediamo e ciò che sentiamo ma da un calcolo matematico, tanto che la musica deve adattarsi al numero dei fotogrammi presenti in una scena ed essere quindi messa in relazione ad esso». Un principio, «uno strumento» di cui Nyman si è servito anche per questo suo ultimo film. Realizzando Nyman’s Earthquakes, spiega, «a volte c’era bisogno di scappare dalle emozioni della musica», dal pericolo della retorica, «e ho perciò fatto tesoro di questo sistema aritmetico che ho imparato da Peter Greenaway, che forse può sembrare poco interessante ma lo è per me che lavoro col ritmo».

E di tempo si occupa anche Ben Rivers con Ghost Strata, presentato nella nuova sezione Other Natures e dedicata a quelli che vengono definiti “i fantasmi delle pietre”, ovvero la memoria dello spazio in precedenza occupato da qualcosa e oggi vuoto, utile per ricostruire tridimensionalmente la forma originale di un sito. Nello specifico, si prende ad esempio il letto di un fiume prosciugato: cosa c’era milioni di anni fa a riempire l’ambiente che oggi è contornato da quelle pareti? Immaginare gli strati invisibili di ciò che è stato aiuta a stabilire con maggiore precisione la storia di un luogo e sapere che nemmeno le pietre esistono per sempre aiuta a riflettere sull’instabilità della nostra presenza su questa Terra. Il regista continua il proprio percorso dimostrando di non aver mai smesso di ragionare sulla materia e la sua storia, realizzando film in pellicola per continuare a metterci le mani sopra, ossessionato dall’idea che quel supporto fisico potrebbe un giorno scomparire. Come cambia il nostro rapporto col ricordo di noi stessi quando registriamo la realtà attraverso immagini che inevitabilmente sbiadiranno? Il digitale e l’etere sembrano aver annullato ogni preoccupazione ma è evidente che qualcuno ancora si fa queste domande e, come Rivers non riesce a ottenerne dalla cartomante, anche noi usciamo dalla visione del suo film senza risposte.

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