#MFF24 – O Fim do Mundo, di Basil Da Cunha

Gli occhi di Spira sembrano interrogare costantemente il reale. Le giornate scorrono senza sosta, le forze dell’ordine vanno e vengono per consegnare le ingiunzioni di sfratto, le case vengono abbattute una dopo l’altra incessantemente. Il quartiere si trasforma però tutto resta uguale nella sua ingiustizia, nella sua disumanità. Si potrebbe dire che la burocrazia fa più danni della povertà. O Fim do Mundo segue l’esordio dello svizzero di origini portoghesi Basil Da Cunha, quel Até Ver a Luz presentato nel 2013 nella Quinzaine des Réalisateurs che già poneva le basi di un discorso sulla forza nascosta delle comunità periferiche. Il regista trentaquattrenne porta l’opera seconda a Locarno e poi in anteprima italiana al Milano Film Festival, dimostrando grande coerenza e una precisa visione quando decide di far interpretare il suo film ai veri abitanti della zona Robeleira.

Il giovane protagonista esce dal riformatorio dopo otto anni e trova molto cambiato il quartiere in cui era cresciuto. Le persone, anche se portano sulle spalle nuove esperienze, sono sempre le stesse. Dalla matrigna agli amici d’infanzia, dalla ragazza della porta accanto ai vicini, tutte le realtà esistenziali di quel luogo esprimono un disagio che la demolizione delle case ordinata dal comune non fa che amplificare e radicalizzare. Spira osserva questo mondo mutare mentre attraversa le strade come un angelo nero, col cappuccio sulla testa, sempre silenzioso. Parla solo quando strettamente necessario, sicuramente segnato dall’isolamento del carcere. Eppure parla per dire le cose importanti. Almeno lo fa per porre domande sul motivo di tanta sofferenza. «Ma voi non sentite sempre questa puzza?», chiede ai due compari con cui trascorre i pomeriggi. Infatti, dietro casa sua c’è una montagna di spazzatura che nessuno va a raccogliere da mesi e che appesta l’aria, rende invivibile e pericoloso il cortile per i bambini che raccolgono ogni cosa senza pensarci.

I colori primari e le luci al neon si dipanano su uno sfondo sempre scuro, senza vie di scampo. Ma davanti a questo orizzonte chiuso, Spira cerca di guardare oltre e a un certo punto reagisce. Lo fa nel modo corretto? Difficile rispondere quando si è di fronte all’istinto più puro. Certamente, l’impulsività della giovinezza negata ha la meglio sulla ragionevolezza. E comunque l’istinto ha il sopravvento anche sugli adulti che abitano questi luoghi, folli e incapaci di raccontarsi a vicenda, ciechi e sospesi in un presente che sembra ripetersi sempre uguale nell’attesa che qualcosa cambi anche nel cuore degli uomini e non solo nella superficie urbanistica. Un’opera poderosa e ritmata dal passo lento di un ragazzo che vorrebbe spiccare il volo ma rimane incatenato alla realtà dell’ennesima prigione, come la ragazza di cui si innamora e per la quale trova un cavallo bianco come quelli che lei aveva visto in Francia durante un viaggio. Un amaro sogno a occhi aperti.

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