#MFF24 – Swallow di Carlo Mirabella-Davis, e Pietra di Francesco Ballo

Swallow, primo lungometraggio di finzione di Carlo Mirabella-Davis, presentato a Tribeca e poi premiato in altri festival, è senz’altro una delle sorprese più interessanti del MFF. Nel film in concorso la protagonista è Hunter, interpretata da Haley Bennett, anche produttrice esecutiva del film. Hunter è una giovane donna che passa le giornate senza far niente di particolare nella casa che divide con il marito Richie, ricco e viziato erede di un’azienda del padre, il quale come la madre è molto presente. Qualcosa cambia quando Hunter scopre di essere incinta: mentre permane il disinteresse di Richie e dei suoceri nei suoi confronti, lei inizia a soffrire di picacismo, un disturbo che porta ad ingerire sostanze non nutritive (qui oggetti presenti in casa, soprammobili, o terra). In questo modo, infinitamente sola in un contesto dove ogni interazione si basa sull’apparenza, sembra trovare un brivido che altrimenti non proverebbe nelle sue giornate monotone, attorniata da persone che la vedono solo come la moglie di Richie. Il rapporto con gli oggetti si trasforma presto in un’ossessione che ha molto a che fare con il soddisfacimento di un bisogno suo e solamente suo, in uno spazio e un tempo in cui nessuno può entrare. Hunter forse vuole ricordare così agli altri che esiste, di sicuro vuole farlo presente a se stessa. Ne cerca la conferma, e ingerire oggetti serve per ascoltare il proprio corpo in un mondo in cui nessuno l’ascolta e in cui si sente in gabbia. Quando il suo disturbo verrà scoperto Hunter verrà portata da una psicologa, la quale farà emergere ben presto che la madre della donna subì uno stupro, dal quale è nata lei. Verrà monitorata 24 ore su 24 da un uomo, un migrante siriano che non sopporterà perché le renderà più complicato nascondersi per trovare i momenti per sé.


Swallow è un film in cui tutto funziona e che ci fa conoscere un regista e un’attrice ugualmente promettenti (Bennett, incoronata migliore attrice a Tribeca, è protagonista anche del nuovo film di Ron Howard), ma Mirabella-Davis dovrà imparare – magari da Todd Haynes, cui a tratti ci fa pensare – a caratterizzare maggiormente i propri personaggi: di Hunter e delle persone che fanno parte della sua vita sappiamo troppo poco. Inoltre, a dispetto di quanto si legge on line, Swallow non può essere considerato (o venduto come) un thriller “femminista”: non è sufficiente la presenza di un’eccellente protagonista in scena dal primo minuto all’ultimo per renderlo tale. Sì, assistiamo ad una continua manifestazione del patriarcato in una casa in cui tutti dicono ad una donna cosa deve fare – il regista ha dichiarato di aver preso spunto dalla vicenda di sua nonna, casalinga, che disattese le aspettative della società degli anni Cinquanta e fu curata per dei comportamenti ossessivi – ma appare poco plausibile e sbrigativo, per fare un esempio, il modo in cui viene esplicitato lo stupro subito da sua madre. Swallow sarà distribuito negli Stati Uniti nelle sale statunitensi nel 2020 da IFC Films (casa di distribuzione che predilige film indipendenti o stranieri, tra cui Loro di Sorrentino) e almeno per ora non ha una distribuzione italiana.

Di un’altra generazione è Francesco Ballo, milanese classe 1950, che ha insegnato per trent’anni all’Accademia di Brera. Filmmaker con ancora qualche tesoro nascosto nel cassetto, Ballo è anche autore di alcune monografie (tra cui una su Buster Keaton, cui ha dedicato anni di ricerca e infine Variazioni di “The Blacksmith” , presentato in settimana alle Giornate del cinema muto). Ilaria Pezone ha realizzato con Gabriele Gimmelli il documentario France – Quasi un autoritratto, ma i suoi film si sono visti sempre solamente ai festival, e non poteva certo mancare in un’edizione del MFF che ha come claim “Bases on a true city”. Pietra, che vediamo nella sezione Incontri italiani, è stato completato quest’anno sulla spinta proprio di Pezone e Gimmelli. Girato nel 1977 in super8 a Milano coinvolgendo parenti e amici, tra cui l’artista Emilio Tadini, amico del padre di Ballo, Guido (critico d’arte e poeta), è collocato nel 2031.
Il regista presta la voce al protagonista di questo noir, chiamato appunto Pietra, ormai anziano, che ripercorre in prima persona un episodio degli anni Settanta, quando gli fu chiesto, in quanto detective, di ritrovare una ragazza scomparsa. Per farlo Pietra attraverserà in lungo e in largo la città che Ballo ama – lo dice al pubblico in sala, ma è evidente – di un amore profondo, tanto da sonorizzarla con le musiche di Charles Mingus. È un peccato che fuori città Ballo sia poco conosciuto, ma contiamo sul Milano Film Network, da sempre attento al suo lavoro, per continuare ad apprezzarne le qualità.

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