Mi país imaginario, di Patricio Guzmán

Guzmán si fa da parte, passando il testimone e riprendendo ammirato chi gli dice che non bisogna aver timore di morire lottando per la democrazia. Séances Spéciales.

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Sono stati anni rivoluzionari quelli del Cile degli ultimi tempi. Anni di collettivi e di ruggente indignazione, anni di lotta e di scontri in piazza, di violenza, di battaglie. Anni di fuoco insomma, e Patricio Guzmán non poteva di certo esimersi dal raccontarceli, volgendo il suo sguardo pieno di ammirazione verso questa nuovo Paese infuocato. Ed è proprio dalle fiamme che inizia il documentario Mi país imaginario, presentato a Cannes 2022; dal fuoco collegato ad un ricordo che Guzmán ha del regista Chris Marker, il quale rimasto incantato da La battaglia del Cile, decide di organizzare una proiezione in Francia nei lontani anni ’70. In quell’occasione il regista francese dice a Guzmán che un cineasta per riprendere  il fuoco deve riuscire a coglierne la prima scintilla, da cui poi divampano le fiamme. Ma Guzmán non riesce a filmare la piccola scintilla che ha poi generato le grandi battaglie cilene dei recenti anni, e quindi parte dalle pietre usate come armi, con cui la gioventù cilena ha infine raggiunto la stesura di una nuova Costituzione.

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È l’ottobre del 2019, non troppi mesi prima dello scoppio della pandemia, quando una rivoluzione inaspettata e uno straordinario tumulto sociale prendono il via dall’aumento del costo del biglietto per i mezzi pubblici. Guzmán riprende la metro assaltata, giovani studenti saltano sui tornelli e impediscono ai vagoni di procedere dritti. Tutto si capovolge e da lì a poco tempo un milione e mezzo di persone scende a manifestare per le strade di Santiago, pretendendo democrazia, una vita migliore ed un sistema sanitario ed educativo completamente nuovo. Gli occhi Guzmán sono rapiti, è dal 1973 che aspetta questo momento e anche se l’aggettivo presente nel titolo potrebbe tradire un’incertezza, il regista in fondo non dà dito ad alcun tipo di dubbio, perché anche se tutto è sempre in costante evoluzione, qualcosa davvero è stato ottenuto. E il racconto di questa conquista procede linearmente,  dall’inizio della protesta alla formazione dell’assemblea costituente, partendo per l’appunto da quelle pietre estirpate dall’asfalto a suon di martellate, per munirsi di armi con cui combattere. Uno sradicamento vero e proprio, da cui ha inizio uno sconvolgimento di quella realtà contro cui la gioventù cilena combatte. Valori che sono in primis quelli del patriarcato (un po’ ovunque la rivoluzione sembra esser donna ultimamente), su cui Guzmán si sofferma anche con le interviste che inframezzano le immagini delle manifestazioni, interviste a personalità principalmente femminili come la giornalista Monica González, il collettivo femminista Las Tesis, la scrittrice e attrice Nona Fernández, la fotografa Nicole Kramm e la politologa Claudia Heiss. E quindi la necessaria distruzione del machismo patriarcale che vede le donne in prima fila gridare a suon di filastrocche i propri diritti e la propria indignazione (y la colpa no era mia, di donde estaba, ni cómo vestía…el violador eres tu!).

Così Mi país imaginario altro non è che un documentario che rispettosamente si limita a celebrare e ad osservare quello che sta accadendo, come se Guzmán si facesse in un certo senso da parte passando il testimone e riprendendo ammirato chi gli dice, passamontagna con i fiori e maschera antigas, che non bisogna aver timore di morire per la lotta.

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