“Mi rifaccio vivo”, di Sergio Rubini

mi rifaccio vivo
Risvolti farseschi di moderato brio, amori incrociati, finale sbrigativo con guizzo isolato di ri/sentimento. Balza agli occhi l'effettivo disinteresse dell'affrontare una vicenda simile all'interno del cinema italiano contemporaneo. Rubini pare il primo a rendersene conto quando ormai è troppo tardi, del disagio pazzesco che proviamo per queste umanità senza fascino alcuno

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Non è solo lontano dall'amata Puglia, di cui il regista ha probabilmente raccontato meglio di chiunque altro nel cinema italiano l'anima magica, arcaica e esoterica, il nuovo film di Sergio Rubini, ma è soprattutto lontano anni luce da un'idea di racconto legato in qualche modo alle urgenze esistenziali (per capirlo basterebbe il test-Causo sulla locandina, che anche stavolta si rivela eloquentemente infallibile). Partendo da uno spunto iniziale che in qualche modo recupera l'amore per le trovate soprannaturali che caratterizza il suo cinema, seppur con qualche fellinismo di troppo (il Paradiso come stabilimento termale…), Rubini spreca poi deliberatamente l'atmosfera da commedia brillante americana classica alla Il paradiso può attendere (i duetti tra Solfrizzi e Lillo anima intrappolata nello specchio fanno pensare però più a Steve Martin e Victoria Tennant in Ho sposato un fantasma, mentre il finale riconciliatorio su cornicione si aggira dalle parti quantomeno di Eroe per caso), e realizza a conti fatti il suo film meno riuscito, e più ingabbiato in maglie espressive che ricordano un po' troppo le strategie del piccolo schermo (la coppia Solfrizzi/Marcoré d'altra parte viene da Tutti pazzi per amore).
Rispedito, dopo essersi suicidato, su questa terra per una settimana da un luogotenente divino d'eccezione come Karl Marx, l'imprenditore Bianchetti sceglie però di abitare il corpo del manager di successo Dennis Rufino, in modo da potersi vendicare una volta per tutte mandando sul lastrico l'avversario di una vita, il collega Ottone Di Valerio: risvolti farseschi di moderato brio, amori incrociati (Vanessa Incontrada, Margherita Buy, Valentina Cervi), finale sbrigativo con guizzo isolato di ri/sentimento (il saluto ostacolato dal tassista caronteo Iacchetti tra Bianchini/Rufino e la moglie).

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Balza subito agli occhi l'effettivo disinteresse dell'affrontare una vicenda simile all'interno del cinema italiano contemporaneo (cosa racconta? a chi parla? soprattutto: di chi parla?), che film dopo film sempre di più ci sembra emblematicamente rappresentato dalla pantomima abissale di Una famiglia perfetta – l'opera di Genovese, a questo punto centrale e importantissima, rappresenta forse infatti anche il modello, lì ovviamente consapevole, del décor formale e scenografico di queste storie di soprammobilesca vacua lucidità. Rubini pare il primo a rendersene conto quando ormai è troppo tardi, e il disagio pazzesco che proviamo per queste umanità senza fascino alcuno, tra pantagruelici golf club e ville mastodontiche (più, oramai immancabile nella produzione nostrana “leggera”, la sequenza grottesca d'obbligo con cardinali e stanze vaticane), si riflette in un piglio registico che perde l'eleganza e quella certa baldanza di gonfi dolly e paesaggi metafisici che invece erano la forza dello sguardo del regista.
La reazione di Rubini è nella recitazione tutta sopra le righe con cui imposta il suo personaggio di contorno, che pare venire fuori dal cinema di sessant'anni fa: una direttiva paradossalmente non errata che però il resto del cast non coglie, restando inconsapevole di essere finito nelle inquadrature di un film nato irrevocabilmente troppo vecchio.

 

Regia: Sergio Rubini
Interpreti: Pasquale Petrolo (Lillo), Neri Marcorè, Emilio Solfrizzi, Margherita Buy, Valentina Cervi, Vanessa Incontrada, Enzo Iacchetti, Sergio Rubini
Origine: Italia, 2013
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 105’

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