Michael C. Hall, mutazioni d'attore

Michael C. Hall
Una carriera in ascesa, la storia di un attore capace sempre di reinventare sé stesso e mantenersi grande. Nell'anno del primo Golden Globe, arriva il debutto in un ruolo importante al cinema, nel film Gamer. Gli inizi, la lotta contro il cancro e il talento di Michael C. Hall.

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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La più grande qualità di un attore, probabilmente, risiede nella capacità di cambiare “pelle” pur mantenendo la stessa credibilità. E se si è capaci di trasformarsi ed interpretare ruoli diametralmente opposti si può dire, senza il timore di essere smentiti, che si è grandi attori. Indossare per cinque anni i panni di un impresario funebre gay e poi passare, con la stessa disinvoltura, ad impersonare un serial killer con una vita normale, non è cosa da tutti. Vuol dire che il talento si possiede.
Nato il primo febbraio del 1971 a Raleigh, North Carolina (USA), Michael Carlisle Hall è una stella di grandezza assoluta, forse ancora in attesa di brillare come una supernova. E dire che il destino non è stato affatto clemente con lui. Persa una sorella prima di nascere, rimane orfano di padre all’età di undici anni. Cresciuto dalla madre, scopre molto presto la passione per la recitazione. Già dalle scuole elementari ama esibirsi e mette in mostra un grande talento anche per il canto. Dopo essersi diplomato all’Earlham College di Richmond, in Indiana, consegue un master alla New York University's Tisch School of the Arts. E’ il 1996 e la sua carriera inizia a prendere un indirizzo ben definito. Recita perlopiù a teatro, tragedie soprattutto. Il ruolo più importante nel Macbeth, spettacolo prodotto nientedimeno che da Alec Baldwin, in scena al Public Theater di New York.

La svolta però arriva quando, grazie alle sue eccellenti doti canore, viene scritturato per il musical Wiseguys (successivamente reintitolato Bounce per Brodway), scritto da Stephen Sondheim. Il regista è un nome importante, Sam Mendes, che ha mosso i primi passi proprio a teatro. Nel 1999 Mendes dirige un film. American Beauty. Nel 2000 quel film vince cinque premi oscar, fra cui miglior sceneggiatura originale. Merito di Alan Ball. Ed è qui che, quello che sembra apparentemente un mosaico senza senso, va al suo posto. Alan Ball scrive per la rete via cavo americana HBO (la stessa di I Soprano e Sex and the City) una serie tv strana, lo script è originale e un pizzico assurdo, molto provocatorio. Michael ne entra a far parte e ne sarà una delle colonne. La HBO è una tv che, sin dalla sua creazione, è stata pensata per un pubblico raffinato e particolare. Nessuno pensa solo al riscontro del pubblico, ciò che conta è la genialità e un punto di vista differente, fuori dal comune. Dopo la prematura dipartita del padre Nathaniel (Richard Jenkins), una famiglia si riunisce per compiangere la morte del defunto. I Fisher sono un nucleo strampalato, con un piccolo onere: portare avanti un’impresa di pompe funebri. Michael è David, il fratello “di mezzo”. Il suo è senza dubbio il personaggio più complesso. Gay, represso, nasconde alla famiglia e alla comunità le sue tendenze sessuali. La sua è una ricerca di una normalità distorta, tanto da prendere la decisione di sostituire il padre come diacono della propria parrocchia. Quando Nate (Peter Krause), suo fratello maggiore, ha lasciato casa, lui è rimasto ad imparare i rudimenti del mestiere, per proseguire la tradizione di famiglia. L’altra sorella, Claire (Lauren Ambrose), è ancora un’adolescente e la madre, Ruth (Frances Conroy) è molto provata dalla scomparsa del marito.
E’ David il collante che mantiene unito il gruppo e tiene in vita l’agenzia. Michael offre, di puntata in puntata, un’interpretazione magistrale. Evolvendo con il suo personaggio, mai monocorde, mai uguale a sé stesso.
La parte più intensa del personaggio di David consiste nella relazione con il partner di una vita, il poliziotto di colore Keith (Mathew St. Patrick). Il suo opposto; sicuro di sé, persino macho, fa da contraltare alla sua fragilità ed insicurezza. Raramente si è vista una coppia omosessuale così. La chimica e la bravura dei due attori è il segreto. Forse per la prima volta in un prodotto di fiction, non si ha l’impressione di un voler infilare la tematica gay per risultare politicamente corretti (o viceversa scorretti) o per accaparrare i consensi di qualche fazione.
Così Six Feet Under va avanti per ben cinque anni, fino al 2005, guadagnando una stella nel firmamento dei grandi telefilm d’autore, con uno dei finali più emozionanti e straordinari della storia del piccolo schermo. Nei panni di David Fisher, Michael inizia a collezionare nomination. Nel 2002 come miglior attore dell’anno (AFI tv awards) e miglior attore in una serie drammatica (Emmy awards).
E, prima della chiusura dello show, si concede il lusso di lavorare agli ordini del geniale regista cinese John Woo. Il film è Peycheck (2003), uno dei tanti ricavati da un racconto del visionario scrittore di fantascienza Philip K. Dick. Il ruolo non è di spicco, una decina di minuti complessivi nei panni dell’agente del FBI Klein. Ma è già un bel riconoscimento. Divide la scena con Ben Affleck, un ingegnere informatico a cui dà la caccia. L’anno dopo partecipa ad un progetto, un’altra piccola parte, nel tutt’altro che indimenticabile film tv “Bereft”.
E poi la svolta. Da attore di nicchia a personaggio di spicco del piccolo schermo. E’ il 2006 e inizia sul canale Showtime (altra tv via cavo, per giunta a pagamento) una delle serie più amate e osannate dell’ultimo decennio. Dexter. In comune con Six Feet Under ha l’intento di essere originale e provocatorio. Ma è tutt’altra storia e tutto un altro personaggio. Da imbalsamatore ad artefice di cadaveri.

La vita di un comune serial killer. Agli occhi di tutti, ematologo alle dipendenze del dipartimento di polizia di Miami, persona equilibrata, amato fratello e fidanzato impeccabile. Ma c’è qualcosa di insano in lui, un meccanismo rotto. Ed è ciò che capisce suo padre adottivo, aiutandolo ad incanalare quel malsano impulso omicida. Così Dexter Morgan diventa un meticoloso ed efferato serial killer, che però segue un codice. Dove la legge non è in grado di arrivare, ci pensa lui, La Mano Sinistra di Dio (è questo il titolo del romanzo di Jeff Lindsay da cui ha preso spunto James Manos, ideatore della serie). Personaggio di una complessità spaventosa; negli occhi e nella mostruosa mimica facciale di Michael intuiamo solo a tratti il suo lato oscuro. Se non ci fosse la sua stessa voce fuori campo, così calda e allo stesso tempo distaccata, forse neppure lo spettatore saprebbe davvero chi è Dexter. Almeno fino a quando, dopo giornate passate a simulare, con negli occhi il disagio di chi non riesce a sentirsi un essere umano a tutti gli effetti, Dexter può finalmente esprimere il suo vero io. E nell’omicidio si trasforma, ne ha bisogno come una droga. Anzi, peggio, ne ha bisogno per sentirsi sé stesso. E’ un doppio ruolo, di fatto, quello che interpreta Michael. Con carisma, magistralmente, ci consente persino, se non di immedesimarci, di fare il tifo per lui.
Come David Fisher fondamentalmente un represso, anche se Dexter lo è giocoforza. Ma è decisamente l’unico punto in comune fra i due, insieme alla conoscenza dell’anatomia umana. Tanto da risultare incredibile che siano recitati dallo stesso attore, per come cambiano completamente fisicità e linguaggio del corpo.
Certo Dexter avrebbe dato un mucchio di lavoro a David.
Piovono le nomination e i consensi di pubblico e critica. Finalmente, dopo anni di attesa, nel 2010 arriva il primo Golden Globe per la miglior performance in una serie tv “drama”, a far compagnia al Saturn Award (2006), al Satellite Award (2007) e al premio come miglior attore maschile in un “drama” assegnatogli agli Screen Actor’s Guild Award sempre nel 2006. Tutti successi dovuti al personaggio di Dexter.
Recentemente Michael ha rivelato di essere affetto dal linfoma di Hodgkin, una forma di cancro. Per fortuna attualmente in remissione, grazie alla chemio e all’amorevole vicinanza di sua moglie, Jennifer Carpenter (sua sorella Debra in Dexter, nonché figlia dell’immenso John Carpenter).     
Così si può godere il vero grande debutto al cinema, nel film Gamer (diretto da Mark Neveldine e Brian Taylor, quelli di Crank). La storia di un futuro prossimo dove l’uomo non sarà più padrone di sé stesso, ma diventerà una sorta di avatar comandato da qualcun altro, è interessante ma sviluppata peggio di quanto non avrebbe meritato. Nonostante la presenza del protagonista Gerard Butler, è il cattivissimo e sadico Ken Castle a monopolizzare l’attenzione e aggiungere spessore al film. Eccentrico, sempre sopra le righe, assolutamente fuori di testa, vero villain da comic book. Memorabile la scena in cui, con la sua schiera di burattini, danza sulle note di “I’ve got you under my skin” interpretata da Sammy Davis jr.  
Allora, nella speranza che la sua carriera compia il meritato e definitivo salto di qualità, Dexter andrà avanti almeno per un’altra stagione (la quinta) e in cantiere c’è un altro lungometraggio, Peep World, ancora in fase di post-produzione, di cui al momento si sa ancora poco.
Forse arriverà presto il giorno in cui, nella sala buia di un cinema, qualcuno indicherà la sua figura e, invece di dire “quello è Dexter!”, semplicemente pronuncerà il suo nome. Michael C. Hall.

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SCENEGGIATURA: Tutti i corsi in arrivo della Scuola di Cinema Sentieri selvaggi


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Nei panni di David Fisher in "Six Feet Under"

 

 

Dexter

 

 

Michael C. Hall ritira il Golden Globe 2010


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