Michael Snow, visionario e sperimentatore

Uno sguardo alla carriera di questo fondamentale esponente dell’arte contemporanea, scomparso lo scorso 5 gennaio

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Ci ha lasciati lo scorso 5 gennaio a Toronto, Michael Snow, fondamentale artista concettuale vissuto a cavallo tra il XX e il XXI secolo. Aveva appena compiuto 94 anni.

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Autore poliedrico, Snow ha esplorato per tutta la sua carriera molteplici forme d’arte, rileggendo e reinterpretando canoni estetici ed effettuando un’importante riflessione sui concetti di serialità e sequenza. II suo operato intercetta dal jazz alla fotografia, fino al mondo della cinematografia di cui è stato maestro e sperimentatore a partire dagli anni ’60, diventando uno dei principali esponenti del New American Cinema.

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Il suo estro si sviluppa all’interno dell’ambiente musicale canadese: Snow nasce come pianista jazz professionista ma ben presto inizia a sperimentare attraverso l’uso del sintetizzatore, riuscendo a fondere jazz, musica classica e musica elettronica.

Questa sua propulsione verso la sperimentazione si spinge oltre i confini della musica, rintracciando anche diverse arti visive, come la scultura e la fotografia. È il 1967 quando vengono esposte all’Expo di Montreal le sue Walking Women, una successione continua e ripetuta di figure di donne che camminano per strada. Questo riferimento esplicito al concetto di ripetizione, tipico della serialità contemporanea viene ripreso anche attraverso l’arte della fotografia con la sua mostra Authorization del 1969 o le diverse installazioni con le quali riflette sulle meccaniche di percezione attraverso l’utilizzo di specchi deformanti e strumenti riflettenti.

Di fondamentale importanza è la sua esperienza nel mondo del cinema che lo accompagna per tutta la sua carriera. Neo-laureato, Snow lavora nel cinema d’animazione, ma ben presto entra in contatto con la stagione culturale del New American Cinema, intessendo legami di grande spessore culturale con artisti del calibro di Jonas Mekas e Steve Reich.

La sua filmografia, legata quasi indissolubilmente al formato 16mm, spazia tra l’animazione, A to Z (1956), Reverberlin (2006) e Puccini Conservato (2008), la riflessione strutturalista, Back and Forth (1969),  Seated Figures (1988) e la costruzione di un rapporto viscerale tra immagine e suono, Presents (1980-81) e To Lavoisier who Died in The Reign of Terror (1991). Tra le sue opere più importanti ricordiamo La Région Centrale (1971), un insieme di panoramiche a 360° gradi di un desertico paesaggio canadese diventata poi un’installazione per la National Gallery of Canada a Ottawa e del quale la sua ultima pellicola Cityscape (2019) riprende l’impianto stilistico.

Il suo capolavoro rimane, però, Wavelenght (1964): storia di una lenta e inesorabile zoomata dell’interno di un loft dilatata nell’arco di un giorno e una notte per poi essere sintetizzata in un montaggio di circa 40 minuti. Un film sul potere dello sguardo assoluto in cui protagonista non è la storia o il racconto ma solo quello spazio geometrico e vettoriale che la macchina da presa di Snow decide di mostrarci sempre più da vicino.

Il documentario Michael Snow Up Close (1994) di Jim Shedden ripercorre brevemente l’attività multiforme di questo grande artista, che tanto ha dato al mondo dell’arte contemporanea.

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